Critica
Il regista premio Oscar Ron Howard porta sul grande schermo l’elettrizzante storia dello scrittore Peter Morgan (The Queen, L’ultimo re di Scozia) che racconta di un incontro ‘storico’ fra Richard Nixon, il presidente statunitense caduto in disgrazia, e David Frost, una personalità televisiva in cerca ...
Recensioni del pubblico
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di paolopaolo
great
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di fabrizio
great movie i like it
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Si immagini, per un esercizio di fantasia, che uno dei tanti presentatori che gravitano nell’universo televisivo italiano decida di fare un’intervista shock, costringendo a “confessare” il nostro più ambiguo e importante politico vivente. Per fare nomi concreti: si immagini Piero Chiambretti che in una delle sue trasmissioni piene di ballerine succinte e travestiti obesi riesca a far ammettere ad Andreotti tutti i suoi legami con la Mafia (e perché no, anche il bacio con Totò Riina?). Sembra irrealizzabile. Oggi, infatti, la televisione si usa per indirizzare l’opinione pubblica sullo zingaro sporco ladro di bambini, il rumeno stupratore o lo statale fannullone, piuttosto che sui problemi veri e attuali. Spesso, addirittura, in diretta si vedono parlamentari dalla storia politica alquanto compromessa, autoassolversi tra gli applausi del presunto “contraddittorio”. Insomma la televisione è l’arma prediletta per una classe dirigente che non fa altro che legittimarsi e cercare gli espedienti per sopravvivere, in barba alla verità e alla decenza. E’ pur sempre banale dire che la tv avrebbe tutto il potenziale per essere un vero mezzo d’informazione, uno strumento per mostrare la realtà e smascherare le ingiustizie. Frost/Nixon è una efficace dimostrazione di questo. La storia( vera) è facilmente riassumibile. Negli anni ‘70 David Frost, un presentatore di talk show, famoso per uno spettacolo sul Guinness dei primati (lo stesso format che Canale 5 tira fuori nei momenti di magra) decide di fare lo scoop dell’anno: una serie di interviste nella quale l’ex presidente Richard Nixon ricostruisce la sua vita, compreso il caso Watergate, causa delle sue dimissioni. Nonostante molti problemi produttivi l’idea di Frost si dimostra uno dei momenti più alti del giornalismo televisivo americano. Detto cosi, il film può sembrare uno pseudo - documentario verboso e palloso, troppo legato alla storia americana per essere appetibile e digeribile a un pubblico internazionale. Invece la pellicola si dimostra un’avvincente riflessione sul già citato utilizzo dei media e sul comprensibile desiderio di Verità. Lo sceneggiatore Peter Morgan (che da “The Queen” riesce a tirare fuori sceneggiature e storie da ogni evento) traccia, infatti, un presidente Nixon pronto a tutto pur di sfruttare l’occasione e crearsi una nuova verginità pubblica. L’autore lo mostra come un uomo ambizioso che non vuole ammettere di aver deluso profondamente lo stesso popolo che lo aveva votato e gli aveva dato fiducia. E’ incredibile a dirsi ma, anche se forse non era questo l’obiettivo, questo Nixon è più vicino alla figura di George Bush di quanto lo è il Josh Brolin di W. Il merito di questo personaggio notevole deve essere attribuito anche a uno fantastico Frank Langella. Per anni rilegato in parti secondarie, l’attore (come Toni Servillo con Andreotti) evita la caricatura posticcia da Bagaglino (al contrario di Watchmen) e incarna l’idea di quella solitudine e di quella frustrazione che solo il potere perduto può dare. Non gli sono da meno comunque i suoi compagni di scena. Lo strambo Michael Sheen, con un sorriso da Stregatto disegna con intelligenza un uomo allo stesso tempo superficiale e combattuto, dimostrandosi un attore dal futuro radioso, sempre se decide di lasciare la carriera da Re dei licantropi nell’esangue serie di Underworld. Bravissimi e convincenti il fedele Kevin Bacon, l’idealista Rockwell e il sempre simpatico Oliver Platt. Frost/Nixon è dunque un’opera importante e sorprendente. Lo stupore arriva alle stelle soprattutto sapendo che il regista non è altro che Ron Howard. Il vecchio Richie Cunningham si era sempre distinto come un buon mestierante con qualche film interessante (A beautiful mind) e abomini mostruosi (Il codice Da Vinci). Eppure, con un buon uso della cinepresa, dopo questo film, si merita ampiamente di essere visto sotto una nuova luce.
Concludendo, questo film non si può non consigliare, sperando che a qualche giovane autore faccia venire voglia di scrivere e dirigere qualche altro buon film politico. Magari su qualche politico italiano.Ne abbiamo cosi tanti.
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di temistokles