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Critica

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Siamo nel 1973, Susie Salmon, una quattordicenne, viene violentata e uccisa brutalmente da un balordo, George Harvey, che presto si scoprirà essere un assassino seriale di ragazzine e donne e non uno sbandato qualunque. Poco dopo l'omicidio, Susie giunge in Paradiso, dove da qui ha ...

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    Il Ritorno del "RE" - The Lovely Bones
    Gli Amabili Resti di Peter Jackson

    di Valentino Cuzzeri

    "Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973"
    Un film sulla morte, sulla vita, sull’amore incondizionato di un padre nei confronti della propria figlia, sui sogni di una bambina di 14 anni, sulla malvagità umana, un film sul destino e su come questo riesca ad influire sulla nostre esistenze, un film sul dolore e su ciò che da quel dolore può uscire di buono. Tutto questo è The Lovely Bones del Re del Signore degli Anelli.
    Come rivela lo stesso incipit, siamo negli anni '70. Il luogo è Norristown, cittadina della provincia di Philadelphia, in Pennsylvania. La piccola Susie viene irretita di ritorno da scuola da un vicino, George Harvey, che vive solo e costruisce case per bambole, ed invitata a visitare un rifugio sotterraneo che nelle sue parole sta costruendo per i ragazzini del vicinato. Harvey non mente: sono proprio i ragazzini, o meglio una ragazzina, Susie, che ha in mente nell'edificare l'opera, ma con intenti ben diversi da quelli dichiarati. Susie rimane vittima dell'uomo ed inizia il suo soggiorno in una specie di limbo, di mondo tra i mondi, in attesa di attraversarlo definitivamente per giungere nel suo Paradiso.
    Jackson pone l'enfasi sui momenti più sognanti ed immaginifici, più spettacolari e cinematografici, usando le potenzialità e l'abilità della sua WETA per ricreare il limbo che ospita Susie, renderlo vivo e pulsante, sfolgorante e ricco di dettagli, colori e sfumature
    Portare in sala The Lovely Bones era quasi impossibile. Peter Jackson c’ha provato e c’è quasi riuscito, lasciando purtroppo tanti ed emozionanti amabili resti allo splendido romanzo originale.
    Tecnicamente perfetta, la pellicola si perde dal punto di vista dell’emotività, riuscendo ad arrivare in maniera meno evidente al cuore e allo stomaco dello spettatore, se paragonata al romanzo originale. Jackson regala momenti di grandissimo cinema, volando alto con la fantasia nel dover rappresentare l’onirico limbo in cui finisce la piccola Susie, riuscendo tra l’altro a mantenere quello strato noir a tinte thriller, alternato al lato fortemente drammatico, che caratterizza la storia scritta da Alice Sebold, perdendosi però a volte per strada e dilungandosi nell’eccessiva durata.

    La sensazione è che ci sia una lunghezza eccessiva, a fronte di una storia che è veramente difficile da raccontare, considerando la separazione tra i protagonisti vivi e morti. Manca sicuramente una strada precisa da intraprendere e si passa troppo rapidamente da un punto di vista (all'altro, senza capire esattamente dove si vuole e si potrebbe andare a parare.
    Il ‘legame’ tra il limbo di Susie e il mondo reale non è del tutto riuscito, così come non convincono le apparizioni della piccola Susie, ormai morta, tra gli umani. Qui, dal punto di vista dello script, qualcosa è mancato, finendo per dare una spiacevole sensazione di ’slegatura’, se non di pesantezza narrativa.
    E' in questi momenti (soprattutto quelli del nuovo mondo di Susie) che riemerge un certo compiacimento poco riuscito, in cui a tratti si ha l'impressione di uno sfoggio di tecnica e mezzi produttivi un po' fine a se stesso.

    In stato di grazia tutti gli attori principali, decisamente sopra i loro standard abituali. Convincente e commovente la piccola e bravissima Saoirse Ronan, che si conferma dopo l’exploit in Espiazione (candidata all’Oscar a 13 anni). La sua Susie sembra uscita dalle pagine del romanzo, dolce, sognatrice, innamorata, sofferente ed ingenua 14 enne, con quegli occhi azzurri che bucano letteralmente lo schermo. Rachel Weisz e Mark Wahlberg che conferma tutte le proprie capacità drammatiche, sottolineate ancora una volta da un’inedita Susan Sarandon, nonna ubriaca e cattivo esempio vivente per i dolci nipotini, fino a quando la morte non si abbatterà sulla famiglia, apparentemente perfetta, trasformandola nell’unica ad avere un minimo di giudizio.
    A stupire però, finendo per stare una spanna sopra tutti gli altri, è Stanley Tucci. Il suo diabolico assassino colpisce nel segno, evitando di finire nel clichè del genere, regalando una performance esaltante. Il suo parlare sbiasciato (in lingua originale), la sua risata luciferina, gli occhi di ghiaccio che trasudano una lucida ed insensata follia, sono da Oscar. Tucci da anni non sbaglia più un film, è arrivato il momento di premiarlo come merita, soprattutto dopo questa spaventosa interpretazione.
    Ciò che ne resta è un amabile film unico nel suo genere, una commistione di generi ben amalgamati da una regia che trasuda capacità e da una colonna sonora che riesce a divincolarsi tra tensione, commozione e vite a noi sconosciute.

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    di 4fourzine

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