Regia: Joe Johnston.
Con Emily Blunt, Hugo Weaving, Anthony Hopkins, Geraldine Chaplin, Benicio Del Toro
Critica
L'infanzia di Lawrence Talbot (Benicio Del Toro) termina la notte in cui sua madre muore. Dopo aver lasciato il misterioso villaggio vittoriano di Blackmoor, passa decenni cercando di dimenticare e di riprendersi dalla tragedia. Ma quando la fidanzata di suo fratello (Emily Blunt), lo rintraccia ...
Recensioni del pubblico
Aggiungi la tua recensioneAggiungi la tua recensione
Devi eseguire la login per fare questa operazione
a cura di www.fourzine.it
di Valentino Cuzzeri
http://www.fourzine.it/Public/Contents.aspx?ContId=870&Theme=ThemeCinema
Wolfman assolve al suo compito dal primo all'ultimo minuto attualizza e racconta. Le evoluzioni estetiche dovute al digitale, questa volta, portano a termine il loro compito, rendere quanto più credibile un avvenimento.
La Universal, che sui Mostri cinematografici (Dracula, Frankenstein, La mummia, L’uomo invisibile, Il mostro della laguna nera) costruì la sua fortuna, dopo la cessione dei diritti di remake alla Hammer negli anni ’50, ripropone un cult The Wolfman, strizzando l’occhio a “L’ Implacabile condanna” (1961) con Oliver Reed, che sembra ispirare l’esauriente prova attoriale di Benicio Del Toro.
Remake di alta qualità, allungato, rimodernato nel look, ma che comunque non dimentica la testimonianza storica del genere.Ecco dunque le citazioni letterali de Il segreto del Tibet da parte del personaggio del padre, interpretato da unAnthony Hopkins in grande rispolvero. La riproposizione della sequenza del caos scatenato dalla creatura in Times Square (da Un Lupo mannaro americano a Londra) ricreata con le carrozze. E ancora la presenza del bastone d'argento con la testa di lupo usato da Claude Rains nel primo Uomo lupo per uccidere il figlio.
Siamo di fronte ad una favola nera che racconta di una società chiusa in se stessa che non accetta la diversità né la natura umana nella totalità delle sue accezioni.
Protagonista esemplare Benicio Del Toro, capace di regalare al suo Wolfman, il volto livido, emaciato e immalinconito di un attore 'bestiale', capace in grado di lasciare che sia l'amore l'unica ancora di salvezza da una guerra all'ultimo sangue con se stesso. Guardatelo bene perchè non so quante altre volte vi capiterà di vedere Benicio Del Toro uscire dai suoi 'soliti' panni e regalarci questa “dolce” esperienza attoriale. (come ha definito lui la sua scelta di prendere parte a questo progetto).
Wolfman è un’opera di genere spettacolare, violenta, godibile sia a un livello più semplice che per chi ama cogliere i molti tranelli disseminati nella storia: dal rapporto tra il padre e Lawrence Talbot (non a caso nella finzione noto attore shakesperiano), alla tragedia di Edipo che sfocia qui in un orrore ancora più estremo. La psichiatria sperimentale e punitiva di fine Ottocento, i rapporti formali tra uomo e donna pronti a trasformarsi in amore al semplice sfiorarsi, l'oscurità che libera l'anima dannata nel carcere del corpo, la vendetta e la repressione sociale e sessuale, temi alti relegati all’invisibilità in questo genere di film basso, e per questo ancora più sottilmente intriganti
Plauso particolare al trucco del mago del make up Rick Baker (sei volte premio Oscar, la prima per Un lupo mannaro americano a Londra), che parte dalla trasformazione operata da Jack Pierce su Lon Chaney Jr., contaminandola con quella ideata da Roy Ashton per Oliver Reed Un mix in perfetto equilibrio, dovuto anche alla sapienza con cui il regista Joe Johnston, riesce a valorizzare questi elementi fondamentali .
Chi si aspettava un edulcorato blockbuster in stile Stephen Sommers, dovrà decisamente ricredersi, perché il Wolfman di Del Toro non scherza, e ve accorgete in sala.
-
-
-
-
-
di 4fourzine