Quando Il diavolo veste Prada entrò in produzione nel 2005, l’ambizione della Fox era quella di portare sul grande schermo l’estetica patinata e spietata delle grandi riviste di moda
Tuttavia, quello che doveva essere un omaggio al settore si trasformò rapidamente in un campo di battaglia diplomatico. Il romanzo di Lauren Weisberger era ancora troppo fresco nella memoria collettiva e l’industria temeva che collaborare alla sua trasposizione cinematografica potesse scatenare l’ira della donna che quel mondo lo governava con pugno di ferro: Anna Wintour.

Il rischio corso dalla produzione fu senza precedenti per un film di questa portata. Per settimane, il dipartimento dei costumi si trovò davanti a porte sbarrate e rifiuti categorici. Le case di moda, solitamente ansiose di ottenere visibilità sul grande schermo, temevano che un solo prestito a Meryl Streep o Anne Hathaway potesse costare loro l’esilio dalle pagine di Vogue America. Il paradosso era servito: il film che avrebbe dovuto celebrare l’alta moda rischiava seriamente di non avere abiti di alta moda da mostrare.
La salvezza del progetto arrivò solo grazie a una combinazione di audacia strategica e diplomazia sotterranea. Mentre la costumista Patricia Field cercava di gestire un budget limitato a fronte di necessità monumentali, alcune maison decisero di rompere il fronte del silenzio. Fu un momento di stallo che avrebbe potuto segnare il fallimento estetico della pellicola, trasformandola in una caricatura a basso costo, se non fosse stato per l’intervento decisivo di due nomi che cambiarono le sorti della produzione: Prada e Chanel.
Il “patto dei costumi”: come Prada e Chanel hanno salvato l’estetica di Miranda Priestly
Il punto di svolta arrivò quando Miuccia Prada decise di non ostacolare il film, nonostante il titolo la ponesse direttamente al centro della narrazione. Concedendo l’accesso ai propri archivi e permettendo l’uso del marchio, Prada agì da “apripista diplomatico”. In un’intervista storica a Variety, Patricia Field ha confermato che il supporto di Prada fu il segnale di cui il resto dell’industria aveva bisogno: se Miuccia non temeva ritorsioni, allora il progetto era “sicuro”.
A dare il colpo di grazia al boicottaggio fu però Chanel. La maison francese vide nel volto di Anne Hathaway la perfetta incarnazione della propria estetica e fornì numerosi pezzi chiave che definirono l’evoluzione del personaggio di Andy Sachs. Questo supporto ufficiale spinse gradualmente altri designer a uscire dall’ombra, permettendo alla Field di assemblare un guardaroba dal valore stimato di oltre 1 milione di dollari, diventando uno dei più costosi e iconici della storia del cinema.

Nonostante il clima di tensione, l’unico stilista a sfidare apertamente il rischio di un cameo fu Valentino Garavani. La sua presenza sul set fu l’ultima conferma che il muro di omertà era crollato. Paradossalmente, fu proprio Anna Wintour a chiudere il cerchio: presentandosi alla premiere vestita integralmente in Prada, trasformò quello che era iniziato come un embargo in un momento di suprema auto-ironia, sdoganando definitivamente il film che oggi è considerato la “Bibbia visiva” del settore.
Oggi, a vent’anni di distanza da quel braccio di ferro tra cinema ed editoria, l’attesa è tutta per il secondo capitolo. Con le riprese ormai imminenti e un’industria della moda profondamente cambiata — e forse meno terrorizzata dai diktat della carta stampata — resta da vedere se Miranda Priestly riuscirà ancora una volta a far tremare i front row di tutto il mondo.





