‘Furore’ è una pellicola del regista John Ford del 1941. Basterebbe questa riga per fermarsi e inchinarsi, il solo nome del regista e il titolo di un film che è diventato un manifesto, un atto rivoluzionario, una bandiera e al tempo stesso il film perfetto. Come se non bastasse è tratto dal libro di uno scrittore eccezionale: John Steinback.
Il regista John Ford è l’architetto del mito americano, colui che ha trasformato l’inquadratura in un’epopea morale. Maestro assoluto della composizione visiva e dell’economia narrativa, possedeva la capacità unica di raccontare la vastità degli spazi (la sua Monument Valley) e, simultaneamente, l’intimità dei volti e dei valori umani.

Nessuno come lui ha saputo filmare la dignità degli umili, il senso del dovere e il peso della storia, influenzando chiunque — da Orson Welles a Akira Kurosawa — con uno stile essenziale, privo di fronzoli, ma dotato di una potenza visiva che rasenta la pittura. Detiene tuttora il record di 4 Oscar alla miglior regia, un primato che ne certifica la statura di pilastro insostituibile del cinema mondiale.
E tra le sue sapienti mani che all’epoca finì la sceneggiatura tratta dal capolavoro di John Steinbeck, perché qui non stiamo parlando di un solo genio ma di ben due. John Steinbeck è stato la “coscienza morale” dell’America del XX secolo, uno scrittore capace di elevare la cronaca della povertà a tragedia epica universale. La sua potenza risiede in un’empatia radicale e in una prosa essenziale che non giudica mai i suoi personaggi, ma ne illumina la dignità intrinseca anche nelle condizioni più abiette.
Vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1962, Steinbeck ha avuto il coraggio di dare voce agli ultimi — braccianti, migranti e reietti — trasformando le loro lotte per la sopravvivenza in una denuncia feroce contro l’ingiustizia sociale. La sua bravura risiede nel saper fondere una precisione quasi biologica nel descrivere la natura con una sensibilità lirica che rende i suoi protagonisti figure eterne, simboli della resilienza dello spirito umano di fronte alla crudeltà della storia.
Due individui che distinti già erano in grado di scoperchiare il mondo, ribaltarlo e mostrarne il lato più oscuro e crudo, fusi insieme in un’unica opera sono riusciti a creare la perfezione a livello letterario e visivo con ‘Furore’ (The Grapes of Wrath). A loro due si aggiunse il volto, quello perfetto, quello di Henry Fonda.
‘Furore’, curiosità su un film perfetto
“Come fai a spaventare un uomo quando quella che lo tormenta non è fame nella sua pancia ma fame nella pancia dei suoi figli? Non puoi spaventarlo: conosce una paura peggiore di tutte le altre.”
Quando il romanzo di Steinbeck arrivò nelle librerie americane nacque una seconda rivoluzione, quella dei grandi proprietari terrieri che ovviamente odiavano il manoscritto e iniziarono a bruciarlo in pubblica piazza. Questi accusavano Steinbeck di propaganda comunista, lo scrittore degli ultimi, che parlava nel suo libro di come avvenivano soprusi nei confronti delle piccole famiglie e dei loro piccoli possedimenti agricoli, di come venivano usurpati e spodestati e questo era logicamente mal visto dai potenti.

Per il film da questo punto di vista quindi, le difficoltà non furono poche. Per evitare che le lobby agricole bloccassero le riprese nei campi reali, il produttore Darryl F. Zanuck girò il film sotto il titolo fittizio di Highway 66. Zanuck arrivò a ingaggiare degli investigatori privati per verificare se il sindacato degli agricoltori stesse pianificando proteste per bloccare le riprese.
Per assurdo in un film che parlava di libertà e di diritti degli oppressi, avvenne qualcosa di sconcertante. Henry Fonda desiderava ardentemente il ruolo di Tom Joad, lo considerava il personaggio della vita. il produttore Zanuck usò questo desiderio come leva contrattuale e concesse la parte a Fonda solo a condizione che l’attore firmasse un contratto d’esclusiva di sette anni con la 20th Century Fox. Fonda, che odiava i vincoli degli studios, accettò per disperazione artistica ma si lamentò poi per tutti gli anni a seguire poiché si trovò a fare dei film che trovava osceni.
Nel libro la polvere è una protagonista importante, la vicenda si apre proprio descrivendo una polvere ‘furibonda’ che invade ogni cosa, che rimane nell’aria che offusca la vista e deturpa i campi. Questa atmosfera sporca, calda e impolverata era il desiderio principale di Ford. Il regista cercava un realismo visivo quasi brutale per onorare la sofferenza delle famiglie migranti durante la Dust Bowl e proibì categoricamente il trucco sul set. Le attrici dovevano apparire sporche e segnate dal sole; i costumi non venivano lavati per settimane e venivano cosparsi di vera polvere per simulare le condizioni della Route 66.
La fotografia di ‘Furore’ il realismo di Gregg Toland
Il film è considerato uno dei vertici della fotografia cinematografica grazie a Gregg Toland. Molte inquadrature e la composizione delle luci furono modellate direttamente sulle fotografie reali di Dorothea Lange. Durante la Grande Depressione, il governo americano assunse fotografi come Dorothea Lange e Walker Evans per documentare il disastro della Dust Bowl. Le loro foto, in bianco e nero, con contrasti netti e volti scavati dalla fatica, divennero l’immagine ufficiale della crisi.

John Ford e Gregg Toland non volevano un film “bello” secondo i canoni di Hollywood (luci soffuse, visi levigati). Volevano che ogni scena sembrasse una foto della Lange che prendeva vita. Il risultato furono Inquadrature come quelle della famiglia Joad ammassata sul camion che ricalcavano esattamente la struttura delle foto dei migranti dell’epoca: composizioni piramidali, sguardi persi nel vuoto e l’uso della luce naturale come strumento di indagine psicologica.
Toland (che l’anno successivo avrebbe rivoluzionato il cinema con Quarto Potere) portò in ‘Furore’ una tecnica chiamata “Deep Focus” (profondità di campo), ma la adattò a un contesto rurale. Invece di usare i complessi set di luci degli studios, Toland usò spesso una sola fonte di luce (una candela, una lampada a olio o il sole radente). Questo creava zone di buio profondo, quasi caravaggesche, che accentuavano il senso di isolamento e povertà.
Furore: una delle rare volte in cui lo scrittore fu soddisfatto del film
Dopo aver visto il film, John Steinbeck scrisse una lettera al suo editore dicendo che Henry Fonda lo aveva convinto talmente tanto che, d’ora in poi, non sarebbe più riuscito a immaginare Tom Joad con un volto diverso dal suo. Che era stato in grado di fargli superare i suoi stessi timori per i cambiamenti apportati alla trama, incluso il finale imposto, molto diverso da quello del libro.
Una collaborazione quella tra Ford e Fonda che fu quindi un successo, tuttavia il rapporto tra di loro non era dei più semplici, in realtà rapportarsi a John Ford non era semplice. Arrivarono perfino ad una rissa, avvenne sul set di un altro film: “Mister Roberts” (1955) e fu una delle rotture più celebri e amare della storia di Hollywood. Fu la fine brutale di un sodalizio artistico durato 17 anni e 7 film.

Henry Fonda aveva interpretato il ruolo del tenente Doug Roberts a Broadway per anni, ottenendo un successo strepitoso. Quando si decise di trarne un film, la produzione scelse John Ford alla regia. Tuttavia, il regista era reduce da un periodo difficile, aveva problemi con l’alcol e non vedeva di buon occhio il fatto che Fonda conoscesse il personaggio “meglio di lui”. Durante le riprese alle Hawaii, Ford iniziò a trattare Fonda con la sua solita durezza “militare”, criticando la sua interpretazione.
Ci fu una discussione accesa sul modo di recitare una scena, Ford, in un impeto di rabbia e probabilmente sotto l’effetto dell’alcol, colpì Fonda con un pugno in pieno volto, facendolo cadere. L’attore, noto per la sua flemma ma dotato di una ferma integrità, non reagì fisicamente. Si rialzò, guardò il regista e, secondo i testimoni, rimase in silenzio. Quel silenzio segnò la fine della loro amicizia.

Ford si rese conto immediatamente dell’errore e cercò di scusarsi il giorno dopo, ma il danno era irreparabile. Fu presto rimosso dalla regia (ufficialmente per problemi di salute, essendo stato operato di cistifellea d’urgenza, ma i rapporti tesi sul set furono determinanti) e sostituito da Mervyn LeRoy. Fonda portò a termine il film, ma dichiarò privatamente che non avrebbe mai più lavorato con “quell’uomo”.





