Nel 1980, il mondo del cinema venne travolto da un uragano in abito nero, cappello fedora e occhiali Ray-Ban Wayfarer. ‘The Blues Brothers’, diretto da un visionario e sfrontato John Landis, non era solo un film; era una missione per conto di Dio, un atto d’amore verso la musica black e un monumento alla sregolatezza creativa.
Nato da uno sketch del Saturday Night Live, il film trasformò Dan Aykroyd e John Belushi nelle icone definitive di un’epoca, fondendo la commedia slapstick con il musical più raffinato della storia di Hollywood.

Il film ha rappresentato un unicum: un budget che lievitava giorno dopo giorno, una città (Chicago) messa letteralmente a ferro e fuoco, e un cast che vantava leggende come James Brown, Aretha Franklin e Ray Charles. ‘The Blues Brothers’ ha ridefinito il concetto di “film di culto”, riuscendo a essere contemporaneamente un successo commerciale e un manifesto anarchico contro l’autorità.
Tuttavia, parlare di questo capolavoro oggi, 9 marzo, porta con sé un retrogusto dolceamaro. Se il film è un inno alla vita e al ritmo, la realtà ci ricorda che proprio il 9 marzo, cade l’anniversario di uno dei giorni più tristi per la settima arte: i funerali di John Belushi a Martha’s Vineyard nel 1982.
Vedere John nel film — con quella grazia acrobatica inaspettata per un uomo della sua stazza e quel ghigno irresistibile — rende ancora più doloroso pensare che solo due anni dopo l’uscita della pellicola, quel “buco nero” (come lo aveva soprannominato Landis, prendendolo in giro perché perdeva qualsiasi cosa) di talento e fragilità si sarebbe spento per sempre, lasciando Dan Aykroyd a guidare da solo, in sella alla sua Harley, il corteo funebre dell’amico di una vita.
The Blues Brothers: l’ultima folle corsa di John Belushi, 44 anni dopo.
Se sullo schermo la missione era salvare un orfanotrofio, dietro la cinepresa la missione era, molto più semplicemente, sopravvivere al set. Ecco cosa accadeva quando le cineprese si spegnevano (e a volte anche mentre erano accese).
Non è un segreto che il set di ‘The Blues Brothers’ fosse letteralmente alimentato dalle sostanze stupefacenti. Dan Aykroyd ha confessato anni dopo che la produzione aveva previsto una voce di spesa non ufficiale per questa ragione, necessaria per sostenere i massacranti turni di riprese notturne. John Belushi, che stava già lottando con i suoi demoni, era il centro di questo turbine. Il regista John Landis cercò disperatamente di limitarne l’accesso, arrivando a scontri fisici con l’attore, perdendo sistematicamente.

Belushi non era un divo nel senso tradizionale; era un uomo che aveva bisogno del contatto umano. Durante le riprese notturne a Chicago, John spariva spesso. Una notte, Aykroyd lo trovò che dormiva sul divano di una casa privata nel quartiere dove stavano girando. Belushi era semplicemente entrato, aveva chiesto un panino ai proprietari (che lo avevano accolto come un vicino di casa qualunque) e si era appisolato davanti alla TV. La gente di Chicago lo amava così tanto che lo trattava come un membro della famiglia.
Landis voleva che ogni scontro fosse reale. Per la leggendaria scena dell’inseguimento finale, la produzione acquistò sessanta auto della polizia al prezzo di 400 dollari l’una. In totale, durante il film vennero distrutte 103 auto, un record mondiale che rimase imbattuto per quasi vent’anni. La scena del centro commerciale, il Dixie Square Mall, fu girata in un vero mall abbandonato che la produzione distrusse sistematicamente, scatenando il panico tra i cittadini che pensavano a un vero assalto criminale.
Sul set c’era anche Carrie Fisher, nei panni della fidanzata abbandonata e vendicativa. All’epoca Carrie era legata sentimentalmente ad Aykroyd, ma condivideva con Belushi una pericolosa affinità per gli eccessi. Dan cercava di fare da “custode” a entrambi, ma la combinazione tra i due era esplosiva. Carrie raccontò in seguito che quel set fu uno dei periodi più selvaggi della sua vita, un mix di amore, caos e musica che solo John Belushi poteva orchestrare.
Convincere le leggende del blues a partecipare non fu facile. Aretha Franklin, la Regina del Soul, inizialmente non voleva indossare l’abito da cameriera per la scena di Think: voleva apparire elegante e glamour. Fu Landis a convincerla che la sua potenza vocale sarebbe stata ancora più dirompente in un ambiente umile. Aretha accettò, ma a una condizione: non avrebbe rinunciato alla sua parrucca preferita, che divenne così parte integrante di una delle sequenze musicali più iconiche della storia del cinema.





