Dietro le quinte di ‘Attrazione fatale’: scopriamo lo scioccante finale alternativo che avrebbe completamente stravolto il destino dei personaggi di Glenn Close e Michael Douglas
La storia del cinema è costellata di thriller psicologici cult capaci di ridefinire un’intera epoca, segnando in modo indelebile il linguaggio comune e i costumi della società. Esistono pellicole che, a prescindere dal loro indiscutibile valore artistico, si trasformano in veri e propri casi politico-culturali, capaci di scatenare accesi dibattiti sulla rappresentazione di genere e sulla demonizzazione dell’emancipazione femminile.

Spesso il successo planetario di queste opere è legato a doppio filo a sequenze ad altissima tensione che lo spettatore difficilmente riesce a dimenticare, ma quasi nessuno sa che quelle stesse scene madri sono il frutto di compromessi, riscritture dell’ultimo minuto e clamorosi dietrofront produttivi dettati dagli umori delle proiezioni di prova.
Il destino di un’opera cinematografica può essere completamente stravolto se la visione originale del regista e degli interpreti non incontra il favore immediato del pubblico in sala. Sostituire un epilogo intimo e drammatico, chiaramente ispirato alla solennità dell’opera lirica, con una svolta d’azione decisamente più cruenta e liberatoria è una pratica commerciale consolidata nella Hollywood dei grandi studios, ma lascia spesso l’amaro in bocca agli amanti della filologia cinematografica.
Esplorare i dettagli nascosti di queste produzioni tormentate permette di comprendere come un capolavoro della suspense avrebbe potuto prendere una deriva narrativa del tutto inaspettata, trasformandosi in un dramma giudiziario incentrato sulla vendetta postuma piuttosto che in una spietata caccia all’uomo.
Svelato il finale alternativo del cult: il destino negato ad ‘Attrazione fatale’
Nel 1987 il regista britannico Adrian Lyne portò nelle sale ‘Attrazione fatale’ (Fatal Attraction), un’opera disturbante destinata a conquistare ben sei nomination agli Oscar e a lanciare l’espressione “bunny boiler” nel gergo pop mondiale.
Interpretato da un monumentale Michael Douglas nei panni dell’infedele avvocato Dan Gallagher e da una straordinaria Glenn Close nel ruolo della tormentata Alex Forrest, il film si conclude con la celebre e violenta sequenza in cui la moglie tradita, Beth, spara mortalmente alla stalker per legittima difesa nella vasca da bagno. Tuttavia, la sceneggiatura originale prevedeva un epilogo completamente diverso e decisamente più tragico per il protagonista maschile.

Nel finale alternativo, la disturbata Alex Forrest decideva di togliersi la vita inscenando il proprio omicidio e facendo in modo che le impronte digitali di Dan rimanessero impresse sul coltello utilizzato per il suicidio. Questo stratagemma portava all’immediato arresto dell’uomo con l’accusa di omicidio.
Solo in un secondo momento, la moglie Beth sarebbe riuscita a scagionarlo grazie al ritrovamento di una registrazione audio in cui Alex esplicitava chiaramente il suo folle piano di vendetta operistica, salvando il marito dalla prigione a vita ma lasciando la famiglia definitivamente distrutta dal trauma psicologico.
Le proiezioni di prova, il rifiuto di Glenn Close e la scelta della legittima difesa
Questo finale lirico e piatto venne tuttavia bocciato senza appello dal pubblico durante le storiche proiezioni di prova, poiché gli spettatori pretendevano una punizione fisica e immediata per l’antagonista. Il regista Adrian Lyne, insieme ai produttori Stanley Jaffe e Sherry Lansing, decise quindi di rimettere mano alla pellicola, scontrandosi inizialmente con il netto rifiuto di Glenn Close, profondamente contrariata dall’idea di trasformare il suo complesso personaggio in una banale assassina da horror.
A convincere l’attrice a tornare sul set per girare le nuove scene fu una precisa intuizione narrativa: poiché la moglie tradita era l’unica figura del tutto innocente della storia, era drammaticamente logico che fosse proprio lei a mettere fine all’incubo per difendere il proprio nucleo familiare.
A quasi quarant’anni dal debutto, la pellicola continua a far discutere i critici e gli appassionati per via delle sue pesanti implicazioni ideologiche. Numerosi saggi cinematografici e testi cardine della sociologia, come il celebre libro Backlash di Susan Faludi, condannano la pellicola come uno dei manifesti più feroci della reazione culturale anti-femminista della fine degli anni Ottanta.
Il film viene accusato di aver scientemente dipinto la donna single in carriera come una psicopatica omicida e distruttrice, assolvendo al contempo l’infedeltà e le responsabilità dell’uomo sposato. Nonostante le controversie, l’opera rimane un thriller erotico dal ritmo magistrale, il cui finale originale è oggi recuperabile esclusivamente tra i contenuti speciali delle edizioni home video in Blu-ray.





