Ventidue minuti di standing ovation nascondevano un inferno produttivo. Guillermo del Toro torna a Cannes e vuota il sacco sul suo film più celebre
Il Festival di Cannes è da sempre il palcoscenico in cui si consacrano i miti del cinema mondiale, ma spesso la luce dei riflettori nasconde ombre insospettabili. Esattamente vent’anni fa, un visionario regista messicano lasciava la Croisette con gli occhi lucidi e un primato incredibile impresso nella storia: una standing ovation record di ben ventidue minuti. Quell’uomo era Guillermo del Toro e il film che avrebbe cambiato per sempre il fantasy contemporaneo era Il labirinto del fauno, un’opera capace di fondere la cruda realtà della guerra civile spagnola con le tinte fosche della fiaba horror.

Oggi, a due decenni di distanza da quel trionfo monumentale, il regista è tornato nello stesso luogo per presentare una scintillante versione restaurata in 4K della pellicola. Se il pubblico lo ha accolto nuovamente con lo stesso immenso calore di un tempo, del Toro ha voluto sfruttare l’occasione per squarciare il velo di idealizzazione che avvolge i grandi classici. Davanti alla platea, ha confessato che la nascita di quel gioiello è stata in realtà uno dei periodi più dolorosi, frustranti e complessi della sua intera carriera artistica.
La memoria collettiva tende a ricordare solo il successo finale, dimenticando i sacrifici estremi che si nascondono dietro la macchina da presa. Ricevere un applauso lungo quanto il tragitto che molti compiono per tornare a casa dall’ufficio fu un’esperienza quasi traumatica per un autore abituato a lottare nell’ombra. Accanto a lui, in quel corridoio nel 2006, c’era l’amico e collega Alfonso Cuarón, che dovette letteralmente pregarlo di non scappare e di lasciare che tutto quell’amore entrasse dentro di lui. Un amore meritato, ma pagato a un prezzo altissimo.
Il labirinto del fauno: la tragica esperienza cinematografica di Guillermo del Toro
Le parole pronunciate dal regista sul palco di Cannes non hanno lasciato spazio a dubbi: girare questo film ha significato andare contro tutto e tutti, in ogni singolo momento. Del Toro ha inserito l’intera produzione al secondo posto nella classifica delle sue peggiori esperienze cinematografiche, superata in negatività solo dal calvario vissuto sul set di Mimic a causa delle pesanti ingerenze dei fratelli Weinstein. Per Il labirinto del fauno, l’inferno è iniziato ben prima del primo ciak, con una fase di pre-produzione in cui nessuno a Hollywood sembrava intenzionato a scommettere o a finanziare una storia così bizzarra e cupa.
I problemi non si sono placati una volta accesi i riflettori. Durante le riprese, come una perfetta incarnazione della legge di Murphy, tutto ciò che poteva andare storto è andato irrimediabilmente storto, trasformando il set in una trincea quotidiana. Anche la fase di post-produzione si è rivelata un percorso a ostacoli psicologico e tecnico, tanto che il regista è riuscito a consegnare la pellicola e ad arrivare a Cannes letteralmente all’ultimo minuto utile prima della proiezione ufficiale.

Uscendo dal racconto autobiografico, del Toro ha infine voluto lanciare un monito severo sull’attualità. Ha sottolineato come i temi di resistenza al totalitarismo presenti nel film siano oggi più urgenti che mai, in un’epoca in cui l’industria cerca di far passare il messaggio che l’arte possa essere demandata a una semplice applicazione tecnologica. Difendere la purezza dell’artigianato cinematografico, insomma, è una battaglia formidabile che richiede lo stesso coraggio dimostrato vent’anni fa, quando un regista testardo decise di attraversare il suo personale labirinto pur di regalare al mondo un capolavoro immortale.





