Una prestigiosa classifica incorona l’opera cyberpunk del 1982. Dai dubbi dei finanziatori all’intuizione di Ridley Scott: ecco come è nato il capolavoro assoluto del cinema
Ci sono opere cinematografiche che non si limitano a raccontare il futuro, ma riescono nell’impresa di plasmarlo, dettando le regole estetiche e filosofiche per i decenni a venire. All’interno del panorama fantascientifico, poche pellicole possiedono la forza iconografica e la profondità concettuale di Blade Runner, il capolavoro diretto da Ridley Scott nel 1982.
A sancire una volta di più lo status leggendario di questo cult intramontabile ci ha pensato la celebre testata Collider, che ha recentemente pubblicato una classifica destinata a far discutere i cinefili di tutto il mondo: i “10 capolavori cinematografici di fantascienza più importanti degli ultimi 50 anni”.
La selezione, che ha preso in esame le pietre miliari distribuite a partire dal 1976, include titoli memorabili e popolarissimi come il distopico District 9 (2009), l’intramontabile Ritorno al futuro (1985) e lo stesso dittico xenomorfo composto da Alien (1979) e dal suo sequel Aliens (1986).
Tuttavia, il gradino più alto del podio è andato indiscutibilmente alla Los Angeles spettrale e piovosa di Rick Deckard. Tratto dal celebre romanzo del 1968 di Philip K. Dick, Il cacciatore di androidi (Do Androids Dream of Electric Sheep?), il film si conferma un’opera cruda, ipnotica e straordinariamente realistica, forte di valutazioni eccezionali che resistono al tempo (89% di recensioni positive su Rotten Tomatoes e un solido 84% su Metacritic).
La genesi di questo trionfo, però, è stata tutt’altro che semplice. In una approfondita intervista concessa a GQ, Ridley Scott è tornato a riflettere sulla complessa gestazione della pellicola, rivelando di aver lavorato a stretto contatto con lo sceneggiatore Hampton Fancher per ben cinque mesi prima di trovare la chiave di volta per lo script. Il regista ha ammesso di aver inizialmente considerato il testo di Dick troppo stratificato e sovraccarico di sottotrame per poter funzionare sul grande schermo. La svolta arrivò quando, d’accordo con Fancher, decise di asciugare la narrazione concentrandosi sul nucleo più intimo e tragico della storia: le vicende di un cacciatore di taglie che finisce per innamorarsi perdutamente della sua stessa preda.
Oltre alla riscrittura tematica, a decretare il successo senza tempo di Blade Runner furono le intuizioni radicali di Scott in fase di casting, spesso portate avanti contro lo scetticismo degli stessi produttori. Il regista ha infatti svelato un aneddoto memorabile legato alla scelta di Harrison Ford per il ruolo del tormentato protagonista, Rick Deckard. Nonostante l’attore avesse già prestato il volto all’iconico Han Solo in Guerre Stellari (1977) e ne L’Impero colpisce ancora (1980), Scott non lo considerava affatto una star affermata, e lo stesso scetticismo era condiviso dai finanziatori del progetto.
Il regista ha ricordato con ironia il momento in cui uno dei principali investitori, vedendo Ford – fresco del successo sul Millennium Falcon – firmare per la parte, gli domandò perplesso: “Ma chi diavolo è Harrison Ford?”. La risposta di Scott fu profetica nella sua estrema sintesi: “Lo scoprirai presto”.
Altrettanto meticolosa fu la ricerca dell’interprete per il ruolo della replicante Rachael. Scott era ossessionato dall’idea di trovare un’attrice che emanasse lo stesso fascino magnetico e senza tempo di Vivien Leigh, l’indimenticabile Rossella O’Hara di Via col vento. La ricerca si concluse quando il regista si imbatté in una giovanissima Sean Young, all’epoca appena diciottenne e con zero esperienza cinematografica alle spalle.
Scommettere su un’esordiente assoluta per un ruolo così etereo e centrale si rivelò l’ennesimo colpo di genio di una produzione travagliata ma miracolosa. L’incoronazione da parte di Collider dimostra che, a quasi mezzo secolo di distanza, quel futuro al neon, intriso di malinconia e domande esistenziali sulla natura dell’anima, continua a essere lo specchio più fedele e straordinario delle nostre stesse paure umane.
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