Divinità in classe economica: la resistenza creativa ne “Il diavolo veste Prada 2”

Tra tagli aziendali e voli in economy, Miranda Priestly affronta il crepuscolo della carta stampata. Un’analisi accurata del sequel che riunisce il cast originale in una riflessione sul potere e la bellezza

“Il diavolo veste Prada 2” si apre come un trattamento patinato applicato con cura sulle ferite del giornalismo contemporaneo. Vent’anni dopo il nostro primo ingresso nel sancta sanctorum di Runway, l’aria che si respira non è più quella di una sfida olimpica, ma quella, più mite e vagamente dolente, di un’istituzione che scopre la propria fragilità.

Meryl Streep Anne Hathaway Stanley Tucci ne Il diavolo veste Prada 2
Divinità in classe economica: la resistenza creativa ne “Il diavolo veste Prada 2 (foto screen YouTube trailer) – Cinema.it

Se il film originale era una commedia di sofisticata perfidia, questo sequel si muove con la consapevolezza di una satira da bolla di sapone: una riflessione sulla nostra epoca, dove il lusso estremo deve fare i conti con la realtà spietata del consolidamento aziendale. Vorrebbe essere una fiaba newyorkese tra ville nel Vermont e rifugi negli Hamptons, pronta a sollevare il velo sopra il lato oscuro della propria autointossicazione.

David Frankel e Aline Brosh McKenna ripropongono semplicemente le vicende passate come pigra ripetizione. Il vapore che si dirada dallo specchio, il montaggio dei travestimenti sulle note di Madonna, persino l’apparizione di una cintura turchese ormai declassata a mercato all’aperto, dovrebbero essere specchi di una logica commerciale che trasforma l’arte in prodotto.

Nonostante il glamour superficiale e i cameo che affollano lo schermo come una nuvola di élite mediatiche, il film mina costantemente il proprio splendore, lamentando un mondo in cui gli standard altissimi di Miranda Priestly rischiano di rimanere inascoltati. La posta questa volta riguarda addirittura difendere un impero in rovina dall’assalto di vuoti magnati della tecnologia e predatori aziendali.

La dinamica è sempre la medesima: Miranda vede Andy, Miranda ripudia Andy, Andy a distanza di 20 anni ha ancora bisogno dell’approvazione di Miranda (malgrado la si definisca sicura di sé, ma dove?). Andy tenta il colpo gobbo aiutando Miranda ma trascinandola in un ginepraio e poi insieme trovano il modo per risolvere la situazione, con uno stratagemma che in realtà si intuiva fin dall’inizio.

Il diavolo veste Prada 2: tra umiliazioni e nuove alleanze

Il personaggio di Miranda è sgonfio, privo di qualunque mordente, la giustificazione è legata al fatto che è debilitata dalle condizioni in cui si trova a lavorare, castrata dalle risorse umane costretta (!!!) ad apprendersi il cappotto da sola e viaggiando addirittura in economy ma questo non basta, Miranda non c’è, il personaggio è svuotato.

Dal canto suo Stanley Tucci è relegato in un ruolo minimal, dovrebbe essere il custode di una coerenza estetica che non ammette sbavature, un consigliere, l’unico porto sicuro in una tempesta di mediocrità rampante, è forse il più convincente malgrado il doppiaggio lo abbia mortificato moltissimo e risulta comunque estremamente sacrificato nel ruolo che si limita a ripetere le scene del primo film: come quando entrano nell’armadio dei tesori e rifila a Andy una serie di abiti da portare negli Hamptons.

Anne Hathaway in una scena de il diavolo veste Prada 2
Il diavolo veste Prada 2: tra umiliazioni e nuove alleanze (foto screen YouTube trailer) – Cinema.it

Emily Charlton è invece una figura di potere da Dior, una donna che ha imparato a prendersi le sue rivincite e che, in rari momenti di sincerità, riconosce nella sua vecchia rivale un’alleata formidabile. Anche lei tuttavia risulta confusa e senza un’anima: non ha battute taglienti adeguate al ruolo che si porta sulle spalle, il suo personaggio è fiacco, privo della ferocia che ci si sarebbe aspettati da una figura come Emily.

Anne Hathaway riflessa in uno specchio
Il diavolo veste Prada 2, tra umiliazioni e alleanze (foto screen YouTube trailer) – Cinema.it

Gli interessi amorosi delle due protagoniste sono forse la cosa più inutile che potevano inserire nella sceneggiatura. Il marito di Miranda posato lì, mostrando semplicemente che forse l’ennesimo matrimonio ha funzionato e che potrebbe essere questo il motivo per cui lei è diventata più simile ad un essere umano: come dire che per una donna ci vuole necessariamente un uomo o comunque una ‘dolce metà’ per ridimensionarla. Il presunto flirt di Andy invece utile quanto un ferma porta fatto di piume, insipido e privo di qualunque emozione, a fine film nemmeno me lo ricordato, quando è sbucato ho detto: “È questo?” per poi rammentare che c’era.

In definitiva, Il diavolo veste Prada 2 vende un sogno assurdo con una convinzione e una sicurezza che comunque vanno premiati, è stato generato un hype fuori dal comune per un seguito che aveva tutte le carte in regola per essere una cannonata e si è rivelato invece uno sbuffo di pochi istanti che personalmente mi ha lasciato solo tanto amaro in bocca.