Tra tagli aziendali e voli in economy, Miranda Priestly affronta il crepuscolo della carta stampata. Un’analisi accurata del sequel che riunisce il cast originale in una brillante riflessione sul potere e la bellezza
“Il diavolo veste Prada 2” si apre come un trattamento patinato applicato con cura sulle ferite del giornalismo contemporaneo. Vent’anni dopo il nostro primo ingresso nel sancta sanctorum di Runway, l’aria che si respira non è più quella di una sfida olimpica, ma quella, più mite e vagamente dolente, di un’istituzione che scopre la propria fragilità.

Se il film originale era una commedia di sofisticata perfidia, questo sequel si muove con la consapevolezza di una satira da bolla di sapone: una riflessione brillante sulla nostra epoca, dove il lusso estremo deve fare i conti con la realtà spietata del consolidamento aziendale. È una fiaba newyorkese che, pur tra ville nel Vermont e rifugi negli Hamptons, non teme di mostrare il lato oscuro della propria autointossicazione.
La bellezza di questo ritorno risiede nella capacità di David Frankel e Aline Brosh McKenna di riproporre gli stilemi del passato non come pigra ripetizione, ma come richiami visivi di una civiltà che resiste. Il vapore che si dirada dallo specchio, il montaggio dei travestimenti sulle note di Madonna, persino l’apparizione di una cintura turchese ormai declassata a mercato all’aperto, agiscono come specchi di una logica commerciale che trasforma l’arte in prodotto. Eppure, in questo processo estenuante e spesso privo di anima, il film rivendica con forza che la semplice esistenza della bellezza può ancora rendere l’intero viaggio degno di essere vissuto, specialmente quando a condurlo sono interpreti capaci di incarnare la storia stessa del cinema moderno.
Nonostante il glamour superficiale e i cameo che affollano lo schermo come una nuvola di élite mediatiche, il film mina costantemente il proprio splendore, lamentando un mondo in cui gli standard altissimi di Miranda Priestly rischiano di rimanere inascoltati. La posta in gioco non è mai stata così alta: non si tratta più di scegliere tra la carriera e gli ideali, ma di difendere un impero in rovina dall’assalto di vuoti magnati della tecnologia e predatori aziendali. In questa lotta per la sopravvivenza editoriale, il sequel dimostra un’astuzia superiore al suo predecessore, ribaltando le dicotomie morali del passato in favore di una disperata, ma elegantissima, resistenza al nuovo ordine mondiale.
Il diavolo veste Prada 2: tra umiliazioni e nuove alleanze
In questo panorama carico di presagi, Meryl Streep torna a offrirci una Miranda Priestly che è, al contempo, l’indomabile divinità del terrore e una creatura umanamente ferita. La vediamo trasalire per la tensione mentre appoggia il proprio cappotto — un piccolo gesto che racchiude il peso dell’età e l’umiliazione di un potere che non comanda più l’assoluto — e la osserviamo subire la caduta dal suo piedistallo olimpico, un inciampo alla volta, fino a viaggiare in una paradossale classe economica.
Eppure, proprio in questa caduta, la Streep trova sfumature inedite: i suoi insulti sono più sprezzanti che pungenti, e il suo raro errore editoriale iniziale ci restituisce una sovrana “fuori forma” che cerca redenzione nel lavoro. Accanto a lei, l’impeccabile Nigel di Stanley Tucci rimane il custode di una coerenza estetica che non ammette sbavature, un consigliere che non sbaglia mai una battuta e che rappresenta l’unico porto sicuro in una tempesta di mediocrità rampante.

L’equilibrio di questo ecosistema in crisi viene scosso dal ritorno di Andy Sachs, che Anne Hathaway riveste di una fermezza e una volubilità consumate. Se un tempo era il brutto anatroccolo, Andy rientra a Runway come una giornalista d’inchiesta che ha conosciuto la polvere dei licenziamenti via SMS, pronta a farsi carico di una missione che una volta avrebbe disprezzato.
La sua trasformazione in un’eroina agile e sicura di sé la porta inevitabilmente a incrociare nuovamente la strada di Emily Blunt. L’ex assistente Emily Charlton è ora un’elegante figura di potere da Dior, una star che ha imparato a prendersi le sue rivincite e che, in rari momenti di sincerità, riconosce nella sua vecchia rivale un’alleata formidabile. È attraverso gli occhi di Andy che arriviamo a credere che gli eccessi di Runway valgano ancora la pena di essere difesi dalla tirannia di miliardari ignoranti.

Il sequel compie un gesto di grazia finale concedendo ai suoi protagonisti una forma di redenzione sentimentale che il primo film aveva negato. Tra nuovi interessi amorosi e una stabilità domestica che sembra aver smussato, almeno in apparenza, gli artigli di Miranda, il film approda a una conclusione di profonda umanità. Nel sorriso improvviso di Meryl Streep — un lampo di calore genuino in un oceano di gelo — si percepisce la fusione perfetta tra l’attrice e il personaggio: entrambi geni creativi che trovano la propria ragion d’essere nell’atto stesso del fare.
In definitiva, Il diavolo veste Prada 2 vende un sogno assurdo con una convinzione e una sicurezza esemplari, muovendosi costantemente sul filo del rasoio tra cinismo e speranza. Mentre le industrie crollano e i loro magnati si rivelano gusci vuoti, il film ci lascia con l’idea che la vera soddisfazione risieda nella qualità del proprio operato e nelle amicizie durature coltivate lungo il cammino. È un capolavoro di intelligenza che non rinuncia mai alla propria classe, ricordandoci che, anche nel declino, lo stile è l’unica cosa che non può essere consolidata o ridimensionata. Tutto qui.





