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L’errore perfetto: perché Hitchcock definì questo suo film un esperimento folle

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Marta Zelioli

Pochi registi incarnano l’essenza stessa del cinema come Alfred Hitchcock. In un’epoca in cui la “teoria dell’autore” era ancora di là da venire, lui era già un brand: un marchio di fabbrica fatto di suspense, brividi e una cifra stilistica inconfondibile.

Prima ancora che la celebre serie antologica ‘Alfred Hitchcock presenta’ lo rendesse un’icona pop nel 1955, il regista britannico aveva già conquistato l’America con il trionfo di ‘Rebecca – La prima moglie’, premio Oscar come Miglior Film. Negli anni ’40, Hitchcock fu un instancabile esploratore del linguaggio visivo.

L’errore perfetto: perché Hitchcock definì questo suo film un esperimento folle (foto Ansa) – Cinema.it

Passò dal noir casalingo de ‘L’ombra del dubbio’ alla claustrofobia di ‘Prigionieri dell’oceano’ (Lifeboat), senza disdegnare la commedia screwball con ‘Il signore e la signora Smith’. Eppure, c’era un’ossessione tecnica che continuava a tormentarlo: il piano sequenza.

Sebbene fosse il maestro indiscusso del montaggio rapido, in quel decennio spinse i limiti della durata delle inquadrature fino all’estremo. Tutto questo culminò nel 1948 con ‘Nodo alla gola’ (Rope), un film che avrebbe segnato la fine delle sue sperimentazioni con i lunghi take.

Hitchcock contro Hitchcock: il paradosso di “Rope” e il rifiuto del montaggio

Dal palcoscenico alla sfida tecnica ‘Nodo alla gola’ possiede tutti i crismi del cinema hitchcockiano: due giovani esteti (John Dall e Farley Granger) commettono l’omicidio “ideale” per pura superbia intellettuale, nascondono il cadavere in un baule e lo usano come buffet per una cena a cui partecipa anche il sospettoso Rupert Cadell (James Stewart).

Tratto da una pièce teatrale del 1929, il film avrebbe potuto essere un semplice melodramma verboso. Hitchcock, invece, decise di radicalizzare la natura teatrale dell’opera, limitando l’azione a un’unica location e tentando l’impossibile: girare l’intero film in un solo, ininterrotto piano sequenza.

Hitchcock contro Hitchcock: il paradosso di “Rope” e il rifiuto del montaggio (foto screen YouTube) – Cinema.it

Nel 1948, i limiti tecnici erano enormi: una bobina di pellicola non durava più di dieci minuti. Per questo, Hitchcock dovette ingegnarsi con tagli “invisibili” — come panoramiche schiena contro schiena — per mascherare i cambi di rullo. Il risultato è un’opera di un’intensità soffocante, dove la suspense cresce senza il respiro del montaggio, trascinando lo spettatore in una trappola temporale insieme agli assassini.

Il giudizio del Maestro fu estremamente tranchant: lo definì un “esperimento fallito”. Nonostante il fascino che il film esercita ancora oggi, Hitchcock non ne fu mai un estimatore. Nel leggendario libro-intervista con François Truffaut, il regista definì ‘Nodo alla gola’ una “trovata assurda”, un mero esercizio di stile senza reale valore cinematografico.

Il motivo era squisitamente teorico: “Stavo infrangendo le mie stesse regole sull’importanza del montaggio come motore della narrazione visiva”, confessò a Truffaut. Per Hitchcock, il cinema era l’arte di assemblare pezzi di pellicola per creare emozioni; eliminando il taglio, sentiva di aver rinunciato alla sua arma più potente.

‘Nodo alla gola’ il film giudicato folle da Hitchcock (foto screen YouTube) – Cinema.it

Nonostante gli sforzi titanici per rendere realistico il tramonto oltre la grande finestra panoramica — che richiesero nove giorni di riprese aggiuntive — il Maestro considerò l’opera un vicolo cieco creativo.

Dopo il parziale insuccesso del successivo ‘Il peccato di Lady Considine’, Hitchcock abbandonò definitivamente i lunghi piani sequenza per tornare al montaggio magistrale che avrebbe definito i suoi capolavori degli anni ’50, culminando nella celebre sequenza della doccia in ‘Psycho’.

Eppure, a distanza di decenni, ‘Nodo alla gola’ resta un pezzo essenziale della sua filmografia. Sebbene il pubblico dell’epoca lo accolse con freddezza, la critica moderna lo ha riscoperto come un tour de force tecnico e psicologico unico nel suo genere. Un esperimento “folle” che, paradossalmente, continua a togliere il respiro a ogni nuova generazione di spettatori.

Marta Zelioli

Giornalista pubblicista classe '82 appassionata di cronaca nera e cinema. Ho avuto modo di crescere professionalmente come assistente dello scrittore, sceneggiatore e criminologo Donato Carrisi che ha alimentato ulteriormente la mia inclinazione sia per la nera che per il cinema. Lavoro per Web365 dal 2020.

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