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Registi

‘Accadde una notte’, ‘La vita è meravigliosa’: il viaggio straordinario di Frank Capra

Published by
Marta Zelioli

Cinque Oscar storici, attrici capricciose e un amore viscerale per gli ultimi. Nel cuore della fabbrica dei sogni, la vita e le battaglie di Frank Capra, un uomo che considerava il cinema una malattia dell’anima

La genesi di Frank Capra assomiglia incredibilmente alla trama di uno dei suoi celebri film. Nato in Sicilia nel 1897, settimo figlio di una coppia di contadini poverissimi e analfabeti, lasciò il suo villaggio natale vicino a Palermo nel 1903 per imbarcarsi verso la Terra Promessa.

‘Accadde una notte’, ‘La vita è meravigliosa’: il viaggio straordinario di Frank Capra (foto screen YouTube) – Cinema.it

Il viaggio lo portò a stabilirsi nel centro di Los Angeles, ma l’impatto con il nuovo mondo fu duro, segnato da un profondo senso di alienazione. “Odiavo essere povero”, avrebbe ricordato cinquant’anni dopo nella sua voluminosa autobiografia Il nome sopra il titolo, “odiavo essere un ragazzino scroccone intrappolato in un sordido ghetto siciliano. Volevo andarmene. Una via d’uscita rapida”.

La determinazione lo spinse a studiare ingegneria chimica al Throop College of Technology (il futuro Caltech), dove si laureò nel 1918, ma la sua vera educazione restava un bagaglio intessuto di leggende popolari e parabole bibliche apprese durante l’infanzia siciliana. Senza grandi prospettive e costretto a mestieri umilianti per sbarcare il lunario, Capra bazzicò Hollywood fin da giovanissimo offrendosi come operaio e comparsa, finché nel 1922, con un clamoroso bluff, riuscì a farsi strada nel cinema muto dirigendo un cortometraggio di successo.

La svolta arrivò quando fu assunto come autore di gag per le commedie di Hal Roach e, successivamente, di Mack Sennett. Fu in questo contesto che Capra firmò il soggetto del primo lungometraggio di Harry Langdon, Tramp Tramp Tramp (1926), conducendo per lo stesso attore le sue prime regie ufficiali, The Strong Man e Long Pants. Nelle mani del giovane regista, la maschera di Langdon divenne una sorta di Pierrot stralunato e ingenuo, un essere puro avulso dalle nevrosi cittadine. Questo mix di infantilismo e ottimismo divenne il passaporto di Capra per il posto di regista fisso, anche se i produttori lo costrinsero inizialmente a tre anni di film mediocri, utili però come fondamentale apprendistato.

L’ascesa alla Columbia e il miracolo degli Oscar

La vera consacrazione di Capra coincise con il suo approdo alla Columbia Pictures, uno studio allora minore guidato dal tirannico e controverso Harry Cohn. La sfrontatezza e la dedizione del regista impressionarono Cohn, e in soli sette mesi Capra diresse cinque pellicole a basso costo. “Attaccavo i film con l’ardore di un fanatico”, scrisse ricordando quel periodo. Il primo grande successo arrivò nel 1928 con Submarine, (Femmine del mare) che gli valse un contratto triennale e lo trasformò nel regista di punta dello studio, salvando la Columbia dal punto di vista finanziario e attirando le mire di magnati rivali come Louis B. Mayer della MGM.

L’ascesa alla Columbia e il miracolo degli Oscar (foto Ansa) – Cinema.it

Il 1934 fu l’anno della svolta assoluta con la realizzazione di It Happened One Night, (Accadde una notte ). La lavorazione fu tutt’altro che semplice, costellata da aneddoti divertenti e capricci sul set: Claudette Colbert discuteva costantemente sulla sua parte, contestando lo stile spensierato del regista e rifiutandosi inizialmente di alzare la gonna per mostrare la gamba nella celebre sequenza dell’autostop. Solo la minaccia di usare una controfigura la convinse a cedere. Il film si rivelò un trionfo senza precedenti, diventando la prima pellicola nella storia del cinema a vincere tutte e cinque le principali statuette degli Oscar (Miglior Film, Regia, Sceneggiatura, Attore e Attrice Protagonista).

La causa degli oppressi e gli attori ideali

Per Capra i film erano romanzi popolati da persone vive, ed era magistrale nel selezionare interpreti capaci di incarnare l’integrità morale dei suoi protagonisti. Gary Cooper divenne così il volto di Longfellow Deeds in È arrivata la felicità, mentre James Stewart diede corpo e anima a Jefferson Smith in Mr. Smith va a Washington e all’indimenticabile George Bailey ne La vita è meravigliosa. Attraverso queste star, unite a giganti come Barbara Stanwyck, Spencer Tracy e Katharine Hepburn, Capra riuscì a trasmettere idealmente la causa dei gentili, dei poveri e degli oppressi, trasformando le sue commedie in lucide favole sociali sulla forza della moralità e della bellezza.

La causa degli oppressi e gli attori ideali (foto Ansa) – Cinema.it

Dopo una pausa forzata di quattro anni a causa della Seconda Guerra Mondiale — durante la quale servì come colonnello collaborando alla realizzazione di film educativi e di propaganda — Capra tornò dietro la macchina da presa l’8 aprile 1946 per iniziare le riprese di La vita è meravigliosa (It’s a Wonderful Life). “Tutto ciò che ero e tutto ciò che sapevo confluì nella sua realizzazione”, dichiarò il regista, parlando di quel ritmo produttivo, come di un flusso ininterrotto di quattro mesi, accompagnato da un profondo senso di solitudine e dalla paura del fallimento. Sebbene l’accoglienza del pubblico all’uscita nelle sale fu tiepida, il film è diventato negli anni un amatissimo cult globale, capace di definire lo spirito natalizio e l’umanesimo cinematografico.

Il tramonto e la nostalgia dei giganti

Il declino arrivò brusco nei primi anni Sessanta. La sua ultima opera del 1961, Una tasca piena di miracoli (A Pocketful of Miracles), fu un flop commerciale che lasciò il regista sbalordito di fronte all’abbandono del suo storico pubblico. Per tre anni cercò invano di ottenere il via libera per Marooned, un progetto sul salvataggio drammatico di un astronauta poi diretto da John Sturges. Ferito dal rifiuto di una Hollywood che si muoveva troppo velocemente, Capra scelse il ritiro spontaneo, trovando conforto nella scrittura delle sue memorie e osservando con occhio critico ma speranzoso la Nuova Hollywood di Stanley Kubrick e Sidney Lumet, pur lamentando la scomparsa della grande moralità nelle storie.

Nella prefazione alla sua autobiografia, John Ford lo definì “una fonte di ispirazione per coloro che credono nel sogno americano”. Frank Capra si è spento a 94 anni nel 1991, lasciandoci la testimonianza di un uomo convinto che il cinema fosse una meravigliosa malattia dell’anima, un morbo incurabile da alimentare continuamente con nuove storie, perché non c’era punizione peggiore per uno spirito creativo che svegliarsi la mattina scoprendosi superfluo.

Marta Zelioli

Giornalista pubblicista classe '82 appassionata di cronaca nera e cinema. Ho avuto modo di crescere professionalmente come assistente dello scrittore, sceneggiatore e criminologo Donato Carrisi che ha alimentato ulteriormente la mia inclinazione sia per la nera che per il cinema. Lavoro per Web365 dal 2020.

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