Il regista Martin Scorsese ha con Robert De Niro un rapporto molto particolare. Soprattutto per alcune vicende che hanno vissuto insieme, al di fuori dal set.
Martin Scorsese nutre per il cinema un amore viscerale, quasi totalizzante. È questa devozione che lo ha spinto a firmare capolavori immortali, a lottare contro la deriva commerciale dell’industria e a fondare organizzazioni per il restauro delle pellicole.
Eppure, proprio questa passione assoluta rischiò, alla fine degli anni ’70, di distruggerlo. Tutto ebbe inizio nel 1977. Dopo lo straordinario trionfo di ‘Taxi Driver’, Scorsese visse il trauma del fallimento: il suo dramma musicale ‘New York, New York’ si rivelò un fiasco clamoroso, bocciato sia dal botteghino che dalla critica. Devastato dal confronto tra il successo precedente e il crollo attuale, il regista scivolò in una spirale autodistruttiva fatta di depressione profonda e abuso di droghe.
Il momento della resa arrivò poco dopo. Scorsese ha raccontato quel periodo oscuro a Jay Glennie (autore di Raging Bull: The Making Of): «Mi era diventato impossibile funzionare, sia fisicamente che mentalmente. Finché non sono crollato». Il co-sceneggiatore Mardik Martin ricorda un quadro clinico drammatico: Scorsese finì in ospedale in uno stato di “quasi morte”, con emorragie che gli interessavano naso, bocca e occhi. I medici furono categorici: il rischio di un’emorragia cerebrale era imminente.
Fu in quel letto d’ospedale che ricevette la visita del suo collaboratore più fidato: Robert De Niro. L’attore, con la schiettezza che lo contraddistingue, mise l’amico davanti a una scelta brutale: «Che cosa vuoi fare? Vuoi morire? È tutto qui? Non vuoi vivere abbastanza per vedere tua figlia crescere?». De Niro non stava solo cercando di scuotere l’uomo, ma anche l’artista.
Aveva tra le mani il progetto di ‘Toro Scatenato’ e non riusciva a immaginare nessun altro alla regia. «Sarai uno di quei registi che fanno due bei film e poi spariscono?», incalzò. Quella provocazione fu la scintilla. Scorsese si sentì “fortunato” ad avere un progetto pronto su cui concentrarsi, un’ancora di salvezza che gli avrebbe restituito salute e carriera.
Il produttore Irwin Winkler ha riflettuto spesso su quel momento, chiedendosi cosa avesse colpito di più il regista: la paura di morire o quella di non girare mai più un film. Conoscendo l’ossessione di Marty per la settima arte, la risposta appare ovvia. Sebbene alla sua uscita ‘Toro Scatenato’ ricevette un’accoglienza tiepida, il film divenne presto un classico insuperabile, il primo a essere preservato dal National Film Registry per il suo valore culturale. Ma, soprattutto, quel set fu la terapia che riportò Scorsese all’azione.
Da quel patto in ospedale nacque un legame indissolubile, che negli anni successivi avrebbe regalato al mondo capolavori come ‘Quei bravi ragazzi’ e ‘Casinò’.Se oggi possiamo ancora godere del genio di Scorsese, lo dobbiamo a quel “faccia a faccia” in una stanza d’ospedale, dove Robert De Niro decise che il mondo non poteva ancora fare a meno del suo miglior regista.
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