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Attori

Daniel Day-Lewis: Il Re del metodo e l’eredità immortale del cinema

Published by
Marta Zelioli

Ripercorriamo la vita di Daniel Day-Lewis, l’unico attore con 3 Oscar da protagonista, dal celebre ritiro a Firenze fino al recente ritorno con Anemone.

Daniel Day-Lewis è considerato da molti il più grande attore della sua generazione, un artista capace di una dedizione quasi mistica verso il mestiere della recitazione.

Daniel Day-Lewis: Il Re del metodo e l’eredità Immortale del Cinema (foto Ansa) – Cinema.it

Nato a Londra il 29 aprile 1957, cresce in un ambiente intriso di cultura: suo padre era il celebre poeta Cecil Day-Lewis e sua madre l’attrice Jill Balcon. Nonostante le radici intellettuali, il giovane Daniel vive una giovinezza inquieta nei quartieri del sud di Londra, sviluppando una passione per il design del legno e l’artigianato, prima di canalizzare la sua energia negli studi presso la prestigiosa Bristol Old Vic Theatre School.

La carriera di Day-Lewis decolla negli anni ’80, quando dimostra una versatilità sbalorditiva passando dal ruolo di un giovane punk omosessuale in My Beautiful Laundrette a quello di un aristocratico edoardiano in Camera con vista. La consacrazione definitiva arriva nel 1989 con Il mio piede sinistro, film che gli vale il suo primo premio Oscar per l’interpretazione di Christy Brown, un uomo affetto da paralisi cerebrale. Da quel momento, ogni sua apparizione cinematografica diventa un evento, grazie a pellicole come L’ultimo dei Moicani, Nel nome del padre e il viscerale Il petroliere, che gli consegna la seconda statuetta.

L’ossessione del metodo: quando l’attore scompare nel personaggio

Ciò che distingue Daniel Day-Lewis da qualsiasi altro collega è la sua spaventosa capacità di annullarsi, portando il Metodo Stanislavskij verso territori quasi mistici e, a tratti, logoranti per chiunque lo circondi. Per lui, recitare non è mai stato un esercizio di stile, ma una metamorfosi fisica e psicologica che non ammette interruzioni, nemmeno a telecamere spente.

Questa dedizione totale ha generato aneddoti che sono ormai parte del mito di Hollywood. Durante le riprese de ‘Il mio piede sinistro’, l’attore decise di non abbandonare mai la sua sedia a rotelle, costringendo i membri della troupe a trasportarlo di peso tra i set e a imboccarlo durante i pasti, così da non spezzare il legame fisico con la disabilità di Christy Brown. Un’immersione che è diventata sopravvivenza ne ‘L’ultimo dei Mohicani’, quando Day-Lewis scelse di vivere per mesi isolato nei boschi, imparando a scuoiare animali e a costruire canoe con strumenti d’epoca, senza mai separarsi dal suo fucile, nemmeno durante il giorno di Natale.

Quando il metodo va ben oltre ogni confine (foto Ansa) – Cinema.it

Ma è forse con il personaggio di Bill “il Macellaio” in Gangs of New York’ che il Metodo ha sfiorato l’autodistruzione: dopo aver preso lezioni da veri macellai per maneggiare i coltelli con ferocia realistica, l’attore arrivò a contrarre una grave polmonite. Il motivo? Si rifiutava categoricamente di indossare cappotti moderni o termici perché non coerenti con l’abbigliamento del XIX secolo.

L’ossessione del metodo: quando l’attore scompare nel personaggio (foto Ansa) – Cinema.it

Nemmeno davanti a un’icona come Steven Spielberg il rigore è venuto meno; sul set di ‘Lincoln’, la trasformazione è stata così completa che ogni membro della produzione ha dovuto rivolgersi a lui esclusivamente come “Signor Presidente”, rispettandone l’accento e la postura solenne in ogni istante della giornata, trasformando il set cinematografico in una vera e propria estensione della Storia.

La fuga dal set: il ritiro a Firenze e l’arte del ciabattino

Verso la fine degli anni ’90, logorato dall’intensità del suo stesso lavoro, l’attore ha scelto di sparire nel nulla, lontano dai riflettori. Si è trasferito in Italia, a Firenze, vivendo in totale anonimato per dedicarsi a una delle sue passioni giovanili. In questo periodo di esilio volontario, ha lavorato come apprendista ciabattino nella bottega del maestro Stefano Bemer, imparando i segreti della lavorazione del cuoio e cercando una pace che il cinema non riusciva più a dargli. È stato necessario tutto il carisma di Martin Scorsese per convincerlo a rompere quell’isolamento artigiano e tornare a calcare un set.

Il ritorno per amore del figlio: l’esperienza di “Anemone”

Dopo aver vinto il terzo Oscar con Lincoln e aver girato Il filo nascosto nel 2017, Daniel Day-Lewis aveva annunciato quello che sembrava essere il suo ritiro definitivo. Tuttavia, il 2025 ha segnato un momento storico per il cinema: l’attore è tornato a recitare nel film Anemone.

La motivazione dietro questa interruzione del silenzio è stata profondamente personale. La pellicola ha infatti segnato il debutto alla regia di suo figlio, Ronan Day-Lewis, ed è stata co-scritta da padre e figlio. Questo ritorno, avvenuto lo scorso anno, ha rappresentato un cerchio che si chiude: l’eredità di una carriera leggendaria messa al servizio di un nuovo inizio familiare, confermando che solo un legame di sangue poteva riportare sul grande schermo l’attore più elusivo del mondo.

Marta Zelioli

Giornalista pubblicista classe '82 appassionata di cronaca nera e cinema. Ho avuto modo di crescere professionalmente come assistente dello scrittore, sceneggiatore e criminologo Donato Carrisi che ha alimentato ulteriormente la mia inclinazione sia per la nera che per il cinema. Lavoro per Web365 dal 2020.

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