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Il silenzio e lo sguardo: l’arte di Monica Vitti nei capolavori di Antonioni

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Marta Zelioli

Dalla rivoluzione di L’Avventura al colore di Deserto Rosso: l’analisi delle interpretazioni che hanno reso Monica Vitti un’icona immortale

L’incontro tra Monica Vitti e Michelangelo Antonioni, avvenuto nel 1957 durante il doppiaggio de Il Grido, segna l’inizio di una delle stagioni più fertili e rivoluzionarie della storia del cinema. Per quasi un decennio, la Vitti non è stata solo la compagna del regista, ma la sua musa assoluta, il volto capace di dare corpo a concetti astratti come l’alienazione, il vuoto esistenziale e la crisi del sentimento nella modernità industriale.

Il silenzio e lo sguardo: l’arte di Monica Vitti nei capolavori di Antonioni (foto Ansa) – Cinema.it

Attraverso la cosiddetta “Trilogia dell’alienazione” (L’Avventura, La Notte, L’Eclisse), la coppia ha scardinato le regole della narrazione tradizionale, spostando il focus dall’azione lineare alla psicologia dei personaggi e all’uso dello spazio architettonico come specchio dell’anima. Monica Vitti, con la sua voce roca e i suoi tratti moderni, è diventata l’emblema di una femminilità complessa, distante dai cliché dell’epoca e profondamente immersa nelle inquietudini del boom economico.

Questo sodalizio ha lasciato un’impronta indelebile, culminando nel passaggio al colore con Deserto Rosso, prima che l’attrice intraprendesse una fortunatissima carriera nella commedia all’italiana. Tuttavia, è nei film diretti da Antonioni che la Vitti ha costruito la sua eredità più profonda, offrendo interpretazioni che ancora oggi, a distanza di decenni, continuano a interrogare e affascinare gli spettatori di tutto il mondo.

Il volto del cinema moderno: le quattro icone di Monica Vitti

Il percorso artistico della Vitti con Antonioni inizia ufficialmente con L’Avventura (1960). Il film è celebre per la sua struttura sovversiva: la protagonista iniziale, Anna, scompare misteriosamente dopo pochi minuti, lasciando che il personaggio di Claudia (Vitti) diventi il perno emotivo della storia. Claudia non è “distaccata”, come spesso si dice del cinema antonioniano; al contrario, è una figura vitale, inizialmente spensierata, che si ritrova schiacciata dal senso di colpa e dal vuoto lasciato dall’amica. Alla prima di Cannes il film fu fischiato, ma il giorno dopo la critica comprese di trovarsi di fronte a un capolavoro che avrebbe cambiato per sempre il linguaggio cinematografico.

Il silenzio e lo sguardo: l’arte di Monica Vitti nei capolavori di Antonioni (foto Ansa) – Cinema.it

In La Notte (1961), la Vitti interpreta Valentina, un ruolo più breve ma di straordinario impatto. Qui, tra le ville sfarzose della borghesia milanese, Valentina appare come una figura aliena, più a suo agio stesa sul pavimento a giocare che tra gli ospiti annoiati. Con i capelli scuri e un’intelligenza tagliente, diventa lo specchio in cui la coppia protagonista (Mastroianni e Moreau) vede riflesso il fallimento del proprio matrimonio. Anche Stanley Kubrick rimase folgorato da quest’opera, inserendola tra i suoi film preferiti di sempre.

Con L’Eclisse (1962), torniamo a una Monica Vitti protagonista assoluta nei panni di Vittoria. In una Roma metafisica e deserta, Vittoria vaga cercando un senso dopo la fine di una relazione, intrecciando un nuovo legame con l’agente di borsa Piero (Alain Delon). Il film culmina in uno dei finali più celebri della storia: i due protagonisti scompaiono letteralmente dalla scena, sostituiti per sette minuti da inquadrature di oggetti, edifici e lampioni, a simboleggiare l’eclissi definitiva dei sentimenti umani.

Il volto del cinema moderno: le quattro icone di Monica Vitti (foto Ansa) – Cinema.it

Infine, Deserto Rosso (1964) segna l’approdo al colore. Qui la Vitti interpreta Giuliana, una donna ferita da un trauma psichico che fatica a trovare il proprio posto in un paesaggio industriale nebbioso e opprimente. La regia di Antonioni usa il colore in modo espressionista, dipingendo la realtà per riflettere lo stato mentale della protagonista. Dopo questa prova emotivamente estenuante, la Vitti inizierà a esplorare la commedia, ma il suo volto — misterioso, seducente e profondamente umano — rimarrà per sempre legato ai silenzi e alle architetture di Antonioni, custode dei segreti di un cinema che non smette di interrogarci.

In definitiva, il cinema di Antonioni non sarebbe stato lo stesso senza lo sguardo di Monica Vitti, così come la Vitti non avrebbe trovato quella profondità metafisica senza la lente del Maestro. Insieme hanno dato forma al silenzio, trasformando l’incomunicabilità in un’estetica immortale. Se oggi, a distanza di decenni, continuiamo a cercare il volto di Monica tra le nebbie di Ferrara o nelle strade deserte dell’EUR, è perché quella donna ‘con la pistola nella borsetta’ ha saputo insegnarci che anche nel vuoto più profondo può nascondersi una bellezza devastante.

Marta Zelioli

Giornalista pubblicista classe '82 appassionata di cronaca nera e cinema. Ho avuto modo di crescere professionalmente come assistente dello scrittore, sceneggiatore e criminologo Donato Carrisi che ha alimentato ulteriormente la mia inclinazione sia per la nera che per il cinema. Lavoro per Web365 dal 2020.

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