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Attualità

Da Peckinpah a Scorsese: la storia d’amore clandestina tra Bob Dylan e la settima arte

Published by
Marta Zelioli

Cantautore, poeta e Premio Nobel. Ma per comprendere davvero il genio di Bob Dylan bisogna scavare nella sua più grande ossessione: il cinema

Definire Bob Dylan unicamente attraverso la sua musica significa scivolare sulla superficie di uno dei più complessi enigmi culturali del Novecento. Cantautore rivoluzionario, poeta della controcultura e Premio Nobel per la Letteratura, Dylan ha indubbiamente elevato il rock e il folk a forme d’arte letteraria.

Da Peckinpah a Scorsese: la storia d’amore clandestina tra Bob Dylan e la settima arte (foto Ansa) – Cinema.it

Eppure, nel suo immenso percorso creativo, esiste un’ossessione parallela e altrettanto viscerale che ha spesso funzionato come uno specchio deformante in cui frammentare la propria identità: il cinema. Fin dagli esordi, la settima arte ha rappresentato per l’artista il terreno ideale per sfuggire alle etichette, muovendosi continuamente sulla linea di confine tra finzione e realtà.

Il battesimo del fuoco sul grande schermo avviene nel 1973 in un capolavoro crepuscolare del genere western, Pat Garrett e Billy the Kid diretto da Sam Peckinpah. In questa pellicola Dylan non si limita a interpretare il misterioso e laconico personaggio di “Alias”, ma regala alla storia del cinema e della musica una colonna sonora leggendaria, trainata dall’immortale inno Knockin’ on Heaven’s Door.

L’ambizione cinematografica lo spinge ben presto dietro la macchina da presa: nel 1978 firma la regia totale di Renaldo and Clara, un’opera d’avanguardia monumentale di quasi quattro ore che fonde il delirio del tour Rolling Thunder Revue a bizzarre scene di finzione surreale. Le sue incursioni come attore proseguiranno poi negli anni con Hearts of Fire nel 1987 e nel distopico Masked and Anonymous del 2003, progetto grottesco di cui cura anche la sceneggiatura sotto lo pseudonimo di Sergei Petrov, vestendo i panni di una rockstar decaduta in un’America sospesa nel tempo.

Dai capolavori pop alla brama dei grandi registi: l’eredità di un camaleonte

Se la carriera da attore e regista di Dylan è rimasta un’esperienza di nicchia e sperimentale, l’impatto delle sue canzoni sulla storia del cinema è al contrario devastante. I suoi brani hanno dettato il ritmo a sequenze generazionali indimenticabili: basti pensare a The Man in Me che accompagna i titoli di testa de Il Grande Lebowski dei fratelli Coen, o all’uso monumentale della sua discografia nel Watchmen di Zack Snyder. La consacrazione definitiva da parte dell’Academy arriva nel 2001, quando Dylan ritira il Premio Oscar per la migliore canzone originale grazie a Things Have Changed, scritta appositamente per il cupo e brillante Wonder Boys di Curtis Hanson.

Tuttavia, il vero capolavoro cinematografico legato a Bob Dylan risiede nel modo in cui i più grandi cineasti del mondo hanno tentato di codificare e decifrare la sua figura, rivoluzionando di fatto il genere del film biografico. Già nel 1967, il pionieristico documentario Dont Look Back di D.A. Pennebaker catturava la spigolosità del musicista durante il tour britannico del 1965, regalando alla storia un incipit folgorante — con Dylan che fa scorrere i cartelli con il testo di Subterranean Homesick Blues — unanimemente considerato il primo vero videoclip della storia della musica.

Dai capolavori pop alla brama dei grandi registi: l’eredità di un camaleonte (foto Ansa) – Cinema.it

Decenni dopo, sarebbe stato Martin Scorsese a raccogliere quel testimone documentaristico, prima scavando con rigore storiografico negli anni della svolta elettrica con No Direction Home nel 2005, e poi trasformando il tour del 1975 in un gioco metacinematografico con Rolling Thunder Revue nel 2019, dove realtà e leggenda si fondono con la complicità dello stesso cantautore.

Il tentativo più audace e poetico di catturare l’inafferrabile rimane però l’opera di Todd Haynes del 2007, I’m Not There. Consapevole dell’impossibilità di racchiudere il menestrello in un solo volto, il regista decise di frammentare Dylan in sei personaggi differenti affidati a sei attori diversi, tra cui spiccavano Christian Bale, Heath Ledger e una straordinaria, iconica Cate Blanchett. Il magnetismo che lega Bob Dylan alla macchina da presa non accenna a spegnersi.

Ma l’ossessione del cinema per il menestrello si rinnova continuamente, trovando la sua ultima, potentissima consacrazione nel recente A Complete Unknown diretto da James Mangold. Qui è Timothée Chalamet a raccogliere la sfida monumentale di prestare il volto e la voce al giovane Dylan, focalizzandosi sui cruciali anni Sessanta e sulla scandalosa transizione dal folk acustico al rock elettrico

Mentre l’industria hollywoodiana continua a pianificare nuovi e attesissimi progetti biografici per tentare nuovamente l’impresa di catturarne l’essenza, l’artista rimane lì, fermo nell’ombra del palcoscenico, a dimostrare che la sua musica e la sua vita non sono altro che un grande, infinito film d’autore ancora tutto da scrivere.

Marta Zelioli

Giornalista pubblicista classe '82 appassionata di cronaca nera e cinema. Ho avuto modo di crescere professionalmente come assistente dello scrittore, sceneggiatore e criminologo Donato Carrisi che ha alimentato ulteriormente la mia inclinazione sia per la nera che per il cinema. Lavoro per Web365 dal 2020.

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