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Toy Story: il miracolo digitale che ha salvato la Pixar e cambiato il cinema

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Marta Zelioli

Quando il 22 novembre 1995 le sale americane proiettarono per la prima volta Toy Story, il mondo del cinema non sapeva ancora di essere davanti a una rivoluzione senza ritorno.

Non era solo il primo lungometraggio interamente sviluppato in computer grafica; era una scommessa folle guidata da un manipolo di sognatori della Pixar, allora una piccola realtà in bilico tra il fallimento e la gloria.

Toy Story: il miracolo digitale che ha salvato la Pixar e cambiato il cinema (foto screen YouTube) – Cinema.it

Tra l’ironia di Woody e l’entusiasmo spaziale di Buzz Lightyear, il film è riuscito a toccare corde emotive universali, ricordandoci cosa significhi crescere e abbandonare i propri “amici” d’infanzia. Oggi, a distanza di decenni, l’eredità di quel primo capitolo brilla ancora, non solo per la perfezione tecnica, ma per la capacità straordinaria di aver dato un’anima a dei bit, trasformando dei freddi calcoli matematici in pura, caldissima nostalgia.

Dietro le quinte di Toy Story: dai rischi del “Venerdì Nero” ai segreti di produzione

La strada verso l’infinito e oltre non è stata affatto in discesa. Anzi, la storia della nascita di Toy Story è costellata di ostacoli che avrebbero scoraggiato chiunque. Pochi sanno, ad esempio, che il film rischiò di essere cancellato durante quello che negli uffici Pixar ricordano come il “Venerdì Nero” (19 novembre 1993): la Disney bocciò pesantemente i primi rulli perché Woody era stato scritto come un leader cinico e prepotente. Solo una riscrittura totale in tempi record trasformò il cowboy nel personaggio leale che amiamo oggi.

Dietro le quinte di Toy Story (foto screen YouTube) – CInema.it

Anche la scelta dei protagonisti fu un lungo processo di metamorfosi: Buzz Lightyear, prima di diventare il Ranger Spaziale ispirato all’astronauta Buzz Aldrin, si chiamava Lunar Larry e indossava una tuta rossa, mentre Woody deve il suo nome al celebre attore western Woody Strode. Per convincere Tom Hanks a salire a bordo, i tecnici della Pixar compirono un piccolo miracolo creativo, animando il cowboy su un vecchio monologo dell’attore: Hanks ne rimase così colpito da firmare immediatamente.

Dal punto di vista tecnico, lo sforzo fu mastodontico. La potenza di calcolo richiesta per processare ogni singolo fotogramma — che richiedeva dalle 2 alle 15 ore di lavoro — costrinse la Pixar a utilizzare una “render farm” di 117 computer attiva giorno e notte; uno sforzo che oggi, con la tecnologia moderna, sembra preistoria, ma che all’epoca era pura avanguardia.

Non mancarono nemmeno i “no” celebri: la Mattel inizialmente negò l’uso di Barbie, convinta che il film sarebbe stato un flop commerciale. Dovette ricredersi dopo il successo globale, permettendo l’ingresso della bambola solo nel sequel. Nonostante le difficoltà, il legame tra i doppiatori divenne leggendario: Tom Hanks e Tim Allen (voce originale di Buzz) hanno sviluppato una tale sintonia che, durante le sessioni di registrazione, spesso improvvisavano battute che finivano direttamente nel montaggio finale, regalando a Toy Story quella naturalezza che lo ha reso eterno.

Dietro le quinte di Toy Story: dai rischi del “Venerdì Nero” ai segreti di produzione (foto screen YouTube) – CInema.it

Se negli Stati Uniti Woody ha il carisma di Tom Hanks, in Italia ha avuto la bontà e il sorriso di Fabrizio Frizzi. La scelta di affidare il ruolo a un conduttore televisivo e non a un doppiatore di professione fu una scommessa vinta sin dal primo capitolo del 1995. Frizzi non cercò mai di scimmiottare l’originale. Studiò profondamente l’interpretazione di Hanks, ma ci mise del suo: una modulazione più morbida e rassicurante che ha reso il Woody italiano, se possibile, ancora più amato dai bambini. Tom Hanks stesso, in un incontro ufficiale, si complimentò per la qualità del doppiaggio italiano.

Fabrizio diede la voce a Woody per i primi tre capitoli della saga, oltre a numerosi cortometraggi e videogiochi. Il suo legame con il personaggio era così forte che, in molte interviste, Frizzi dichiarava che Woody era il suo “alter ego” animato e che doppiarlo era il lavoro che lo rendeva più orgoglioso.

Marta Zelioli

Giornalista pubblicista classe '82 appassionata di cronaca nera e cinema. Ho avuto modo di crescere professionalmente come assistente dello scrittore, sceneggiatore e criminologo Donato Carrisi che ha alimentato ulteriormente la mia inclinazione sia per la nera che per il cinema. Lavoro per Web365 dal 2020.

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