Tra la memoria drammatica di Tippi Hedren e i protocolli della troupe: la ricostruzione definitiva del claustrofobico set che sconvolse Hollywood
Ci sono sequenze cinematografiche la cui potenza visiva è destinata a rimanere impressa nella storia, spesso a fronte di un prezzo umano e psicologico altissimo pagato da chi si trovava davanti all’obiettivo. Nel vasto e inquietante firmamento di Alfred Hitchcock, il film del 1963 Gli uccelli (The Birds) occupa un posto d’onore, celebre per aver trasformato la natura stessa in una minaccia cieca e brutale.
Ma l’orrore più autentico della pellicola non risiede negli effetti speciali dell’epoca, bensì nel famigerato e claustrofobico attacco in soffitta subito dalla protagonista Melanie Daniels, interpretata da un’allora esordiente Tippi Hedren. Un calvario lungo cinque giorni che, a distanza di oltre sessant’anni, torna a far discutere l’industria di Hollywood grazie alle rivelazioni contenute nella nuova e dettagliata biografia A Century of Hitchcock: The Man, the Myths, the Legacy, firmata da Tony Lee Moral e in uscita il prossimo 9 giugno.
Scoperta dal regista mentre recitava in uno spot pubblicitario di una bevanda dietetica, la modella Tippi Hedren fu catapultata in una produzione titanica con la promessa che, per la cruciale scena dell’aggressione nella mansarda, la produzione avrebbe impiegato esclusivamente sofisticati volatili meccanici. La realtà dei fatti si rivelò drammaticamente diversa. Poco prima del ciak, la troupe comunicò all’attrice, quasi scusandosi, che i modelli animatronici non erano in grado di garantire il realismo preteso dal regista e che si sarebbe dovuto ricorrere ad animali veri.
Da quel momento, per quasi una settimana, l’attrice fu rinchiusa all’interno di una gigantesca gabbia costruita sopra il set, mentre cinque addetti ai lavori le lanciavano letteralmente addosso decine di corvi, cornacchie e gabbiani inferociti, costringendola a subire beccate e graffi reali mentre il truccatore Howard Smit aggiungeva progressivamente sangue finto e ferite artificiali sul suo volto.
Il fulcro del nuovo saggio risiede proprio nell’analisi di come i ricordi della Hedren siano profondamente mutati ed evoluti nel corso del tempo, riflettendo il complesso legame tra il trauma personale e il mito collettivo. Se nel 1963 l’attrice minimizzava l’accaduto con la stampa liquidandolo come “semplice lavoro di recitazione”, nel suo libro di memorie del 2016 la descrizione si è trasformata in una denuncia esplicita di pura brutalità psicologica, dipingendo Hitchcock come un carnefice spietato intenzionato a punirla o a vendicarsi di lei, arrivando a simulare una vera e propria aggressione fisica attraverso lo stormo di volatili.
La tesi del sadismo di Hitchcock viene tuttavia ridimensionata e contestata da molti membri della troupe dell’epoca intervistati nel volume. L’addestratore di uccelli Bud Cardos ha ribadito come per il “Maestro del Brivido” la realtà visiva fosse l’unico obiettivo assoluto (“realtà, realtà, realtà”), escludendo però qualunque intenzione malevola o il desiderio di fare del male fisico alla sua attrice, attribuendo il dramma al naturale panico esploso sul set.
Anche la parrucchiera Virginia Darcy e la costumista Rita Riggs hanno ricordato come l’intero staff si prendesse costantemente cura della Hedren tra una ripresa e l’altra, massaggiandole le spalle e offrendole frullati alla banana per calmarla, sottolineando che persino gli addestratori lanciavano gli animali lateralmente rispetto alla telecamera per simulare un impatto ravvicinato senza colpirla direttamente.
A testimonianza della sicurezza del set, i registri di produzione confermano la presenza fissa di un rappresentante della American Humane Association e del celebre ornitologo Ken Stager per vigilare sul benessere degli animali e della stessa protagonista. L’assistente operatore Scott Kepler ha ricordato la figura del cameraman Lenny South come quella di un uomo estremamente coscienzioso: se avesse percepito un reale pericolo di abuso o di danno grave per l’attrice, avrebbe spento la macchina da presa e imposto a Hitchcock di cambiare approccio.
Di parere opposto fu invece lo sceneggiatore Evan Hunter, il quale annotò nei suoi diari come si potesse chiaramente sentire la voce fuori campo del regista incitare la troupe a fare in fretta e a continuare a lanciare volatili contro il viso della Hedren per ottenere una reazione di autentico terrore che l’attrice, a suo dire non particolarmente dotata, non riusciva a esprimere spontaneamente.
Il venerdì pomeriggio, dopo cinque giorni di riprese estenuanti, una cornacchia legata alla spalla dell’attrice si liberò, ferendola a pochi millimetri dall’occhio. Fu il crollo definitivo: Tippi Hedren scoppiò in un pianto dirotto, esausta fisicamente ed emotivamente. Il lunedì successivo l’attrice non fu in grado di alzarsi dal divano del suo camerino, costringendo Hitchcock a sospendere la produzione.
Lo stesso regista confessò a François Truffaut che la Hedren era rimasta confinata a letto per tre giorni, completamente svuotata. Quella de Gli uccelli rimane una delle pagine più controverse del cinema classico: un’opera d’arte immortale nata sul confine sottilissimo che separa la dedizione professionale dal trauma psicologico, lasciando ai posteri il dubbio se l’arte possa mai giustificare un simile, spietato realismo.
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