Una New York spettrale, un tassista alienato e una battuta improvvisata davanti allo specchio. Robert De Niro confessa di non aver mai previsto l’immenso impatto di Taxi Driver
Ci sono opere capaci di ridefinire l’estetica di un’intera epoca, imprimendosi a fuoco nella memoria collettiva fino a diventare veri e propri pilastri della cultura pop globale. Nel firmamento cinematografico, poche pellicole possono vantare lo status monumentale di Taxi Driver, il dramma psicologico neo-noir che nel 1976 consacrò definitivamente il sodalizio artistico tra Martin Scorsese e Robert De Niro.
L’esplorazione cruda e allucinata della mente di Travis Bickle, un reduce del Vietnam i cui turni di notte sui taxi di una New York spettrale e degradata ne accelerano il collasso mentale, ha regalato al mondo una delle interpretazioni più potenti di sempre. Eppure, a distanza di esattamente cinquant’anni da quel debutto folgorante, lo stesso De Niro guarda a quel successo con un distacco intriso di profonda umiltà.
In una recente riflessione concessa a Page Six, l’attore ottantaduenne ha ammesso con totale candore che durante le riprese nessuno sul set avrebbe mai potuto immaginare che il film si sarebbe trasformato in un classico immortale della settima arte. Con la saggezza di chi ha attraversato decenni di grande cinema, De Niro ha sottolineato come il destino e l’impatto culturale di qualsiasi pellicola siano elementi misteriosi e, in ultima analisi, completamente fuori dal controllo di chi si trova davanti o dietro la macchina da presa. Nessun attore, per quanto devoto al metodo, inizia un progetto con la presunzione di stare scrivendo la storia.
Il verdetto del tempo, tuttavia, ha smentito ogni iniziale e prudente aspettativa della produzione. Il film non solo fece man bassa di riconoscimenti, conquistando la prestigiosa Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1976, ma dominò la stagione dei premi successiva ottenendo quattro nomination agli Oscar, incluse quelle storiche per il Miglior Film, per la strabiliante performance di una giovanissima Jodie Foster e per lo stesso De Niro come Miglior Attore Protagonista. Insieme a un cast d’eccezione che includeva Cybill Shepherd, Harvey Keitel, Peter Boyle e Albert Brooks, il team guidato da Scorsese riuscì a catturare il malessere strisciante di un’America ferita e paranoica.
Il vero segreto della longevità di Taxi Driver, oltre alla magnifica sceneggiatura di Paul Schrader, risiede proprio in quell’alchimia magica e irripetibile che si crea quando il talento puro incontra la libertà creativa. Nel corso di una passata apparizione televisiva nel salotto di Live with Kelly and Mark, l’attore di ‘Killers of the Flower Moon’ è tornato a discutere della genesi della sequenza più iconica dell’intera pellicola: il momento in cui Travis Bickle, completamente solo nel suo spoglio appartamento, punta la pistola contro il proprio riflesso nello specchio sfidando un nemico invisibile.
Quel memorabile monologo, culminante nel celeberrimo e minaccioso interrogativo rivolto alla propria immagine, fu in gran parte frutto dell’improvvisazione e dell’istinto del momento. De Niro ha ribadito come le cose migliori su un set nascano spesso in modo del tutto spontaneo, un miracolo visivo reso possibile unicamente dalla totale fiducia riposta in un regista monumentale e recettivo come Scorsese, capace di assecondare i guizzi più estremi dei suoi interpreti anziché costringerli nei binari rigidi di uno script.
Mentre l’eredità di Travis Bickle continua a influenzare le nuove generazioni di attori e la critica globale lo acclama come uno dei film più significativi mai realizzati, la carriera dell’instancabile divo italoamericano non accenna a fermarsi, muovendosi continuamente tra l’intensità del passato e la leggerezza del presente.
Il prossimo novembre De Niro tornerà infatti sul grande schermo nell’atteso ‘Focker-in-Law’, una commedia che lo vedrà ritrovare lo storico cast di ‘Mi presenti i tuoi?’ al fianco di Ben Stiller, Owen Wilson, Teri Polo e Blythe Danner, arricchito dalla presenza della popstar Ariana Grande. Un netto cambio di registro che conferma, una volta di più, l’infinita versatilità di un interprete che ha saputo cavalcare la storia del cinema senza mai lasciarsi imprigionare dai suoi stessi, leggendari miti.
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