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Dietro il sorriso rassicurante: la controversa sfida di Robert Redford con un classico della letteratura

Published by
Marta Zelioli

Robert Redford e la sfida del 1974: scopri perché Roger Ebert e i critici dell’epoca bocciarono il suo ruolo più iconico considerandolo “troppo perfetto”

Il percorso di Robert Redford verso l’Olimpo di Hollywood è stato caratterizzato da una rarissima combinazione di tempismo perfetto e doti naturali fuori dal comune. Nella seconda metà degli anni ’60, l’attore si trovò di fronte al classico bivio professionale tra il teatro di Broadway e il grande schermo della costa occidentale.


Dietro il sorriso rassicurante: la controversa sfida di Robert Redford con un classico della letteratura (foto Ansa) – Cinema.it

Scegliendo la seconda opzione, inanellò una serie di successi strabilianti come A piedi nudi nel parco e Butch Cassidy, che lo trasformarono istantaneamente nel volto simbolo di una nuova generazione di star: biondo, atletico e dotato di una sicurezza che bucava lo schermo.

Tuttavia, proprio questa sua apparente perfezione rappresentava un’arma a doppio taglio. Redford era consapevole che la sua immagine da “Casanova” potesse limitare la sua gamma espressiva, rendendo ogni interpretazione troppo facile agli occhi del pubblico.

Per questo motivo, all’inizio della sua carriera, cercò spesso di sfidare i propri limiti flirtando con ruoli che contrastavano con il suo aspetto da vincente. Celebre rimane l’aneddoto legato a Il laureato, dove il regista Mike Nichols gli spiegò brutalmente che non avrebbe mai potuto interpretare un perdente, semplicemente perché il suo volto non conosceva il concetto di fallimento.

Questa aura di invincibilità lo portò, nel 1974, a misurarsi con uno dei pilastri della letteratura americana. Sulla carta, Redford sembrava l’unico attore in grado di dare vita al misterioso protagonista nato dalla penna di F. Scott Fitzgerald, eppure la sua partecipazione al progetto scatenò una delle battaglie critiche più accese dell’epoca.

Mentre la produzione puntava tutto sul suo magnetismo per rilanciare il mito del sogno americano, i nomi più influenti della stampa cinematografica si prepararono a una stroncatura che avrebbe segnato la storia della pellicola.

‘Il grande Gatsby’ e il paradosso di Robert Redford: il volto del sogno americano sotto accusa

Quando la Paramount distribuì ‘Il grande Gatsby’ nel 1974, l’attenzione si focalizzò immediatamente sulla performance di Redford, ma l’accoglienza non fu quella sperata. Il leggendario Roger Ebert, pur riconoscendo il carisma dell’attore, sostenne fermamente che fosse “troppo imponente e troppo sicuro di sé” per il ruolo.

Il sospetto dei critici era che la sua bellezza cristallina impedisse di scorgere la disperazione e la solitudine che Fitzgerald aveva infuso nel personaggio. Ebert ammise di aver giudicato Redford inadatto a scatola chiusa, incapace di vederlo come un outsider ferito che tenta disperatamente di integrarsi nell’alta società di Long Island.

‘Il grande Gatsby’ e il paradosso di Robert Redford: il volto del sogno americano sotto accusa (foto Ansa) – Cinema.it

Eppure, a un’analisi più attenta, Redford incarnava esattamente il “sorriso di eterna rassicurazione” descritto nelle pagine del libro. Il vero limite del film diretto da Jack Clayton non risiedeva nel casting, ma in una sceneggiatura fin troppo fedele adattata da Francis Ford Coppola e in una regia che prediligeva il decoro rispetto alla vitalità drammatica. Redford non fu un attore scelto male, ma un interprete utilizzato male: la sua prova rimase intrappolata tra scenografie stucchevoli e una cura maniacale dei dettagli d’epoca, che finirono per soffocare l’anima dolente del racconto.

Anche Vincent Canby del New York Times fu spietato, definendo la pellicola pesante e descrivendo Redford come un semplice studente della Ivy League, ignorando che l’atteggiamento di Gatsby fosse volutamente una costruzione esagerata.

In definitiva, il film del 1974 rimane un esempio di come la perfezione di una star possa diventare un ostacolo insormontabile se la visione del regista non riesce a scalfirne la superficie. Redford, con il suo sorriso radioso, rimase il simbolo di un’epoca di sfarzo, ma il film sprecò la sua capacità di mostrare il vuoto che si celava dietro quel lusso, lasciando ai posteri un’opera esteticamente sublime ma emotivamente distante.

Marta Zelioli

Giornalista pubblicista classe '82 appassionata di cronaca nera e cinema. Ho avuto modo di crescere professionalmente come assistente dello scrittore, sceneggiatore e criminologo Donato Carrisi che ha alimentato ulteriormente la mia inclinazione sia per la nera che per il cinema. Lavoro per Web365 dal 2020.

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