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Marco Bonini tra cinema, tv e libri: “Mi sono sempre sentito un cantastorie”

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Matteo Fantozzi

Marco Bonini è un attore molto amato dal pubblico italiano, abile a reinventarsi in diversi ruoli e a raggiungere risultati di notorietà sorprendente tra cinema, televisione e libri.

Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo e di scambiare due chiacchiere con lui.

Marco Bonini tra cinema, tv e libri: “Mi sono sempre sentito un cantastorie” (ANSA) Cinema.it

Hai iniziato con la danza, poi la recitazione, fino ad arrivare alla scrittura e alla regia. Guardando il tuo percorso, c’è stato un momento preciso in cui hai capito che raccontare storie sarebbe diventata la tua vocazione principale?
Mi sono sempre sentito un cantastorie il che prevede scrivere, recitare e mettere in scena come un’unica competenza

Ti sei mosso con naturalezza tra cinema, televisione e teatro. Qual è il linguaggio che oggi ti mette più alla prova e quale invece ti fa sentire maggiormente a casa?
Sono tutte stanze della stessa casa.Il cinema è la camera da letto, il teatro è il mio studio, la tv è la cucina.

Da attore hai lavorato con registi molto diversi tra loro. C’è una lezione professionale che porti ancora con te e che ha cambiato il tuo modo di stare sul set?
Luca Ronconi, mi ha insegnato che ogni opera ha il suo modus operandi. Prima capisci cosa fare prima lo fai bene.

Il grande pubblico ti associa spesso a film come la trilogia di Smetto quando voglio, ma nella tua carriera ci sono anche molti lavori meno noti. Quale progetto ritieni sia stato sottovalutato e meriterebbe di essere riscoperto?
Billo il grand Dakhaar di Laura Muscardin, 18 anni dopo di Edoardo Leo e Tutta la conoscenza del mondo di Eros Puglielli.

Oltre a interpretare personaggi, hai scritto sceneggiature di successo come Noi e la Giulia. Quando scrivi, pensi già all’attore che dovrà incarnare quei dialoghi oppure cerchi di dimenticare il tuo mestiere di interprete?
Mi sono sempre sentito un cantastorie il che prevede scrivere, recitare e mettere in scena come un’unica competenza

Nei tuoi romanzi e nei tuoi lavori teatrali tornano spesso i temi delle relazioni, della famiglia e dell’identità maschile. È una scelta consapevole o sono argomenti che continuano a cercarti come autore?
Ovviamente sono scelte consapevoli, non si scrive per “sbaglio”, ma si sceglie consapevolmente ciò che ti si presenta ogni giorno davanti agli occhi.

Hai una laurea in Filosofia e spesso nelle tue opere emerge una riflessione sul comportamento umano. Quanto conta oggi quella formazione accademica nel tuo modo di scrivere e interpretare?
Tantissimo. Il metodo analitico c’è in ogni battuta che scrivo.

Se dovessi scegliere un personaggio tra quelli che hai interpretato che ti ha lasciato qualcosa anche nella vita privata, quale sarebbe e perché?
Jean di Miss Julie. Mi ha salvato la vita.

In Maschi, si salvi chi può rileggi figure come Adamo, Zeus, Ulisse, Geppetto e il Cavaliere inesistente per interrogarti sulla crisi del maschile contemporaneo. Perché hai scelto proprio il mito e i grandi racconti fondativi come chiave per parlare dell’uomo di oggi?
Perchè sono grandi racconti fondativi

Nel libro proponi una sorta di “man empowerment”, una nuova idea di virilità fondata su relazioni più affettive e paritarie. Qual è, secondo te, il cambiamento più urgente che gli uomini dovrebbero affrontare per vivere meglio il presente?
Capire che la questione di genere non un declassamento ma una promozione. E’una grande opportunità di riappropriarci di qualcosa che il patriarcato ci aveva tolto.

Matteo Fantozzi

Giornalista pubblicista dal 2013 è laureato in storia del cinema e autore di numerosi libri tra cui “Gabriele Muccino il poeta dell’incomunicabilità” e “Gennaro Volpe: sudore e cuore”. Protagonista in tv di trasmissioni come La Juve è sempre la Juve su T9 e Il processo dei tifosi su Teleroma 56.

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