Chi ha indossato meglio lo smoking dopo di lui? Timothy Dalton analizza i suoi successori, tra critiche feroci e un’incoronazione inaspettata. La risposta vi lascerà senza parole
Definire chi sia stato il miglior James Bond della storia è un esercizio che solitamente divide il pubblico in fazioni inconciliabili. C’è chi resta fedele all’eleganza classica delle origini e chi preferisce l’ironia scanzonata degli anni d’oro.
Tuttavia, quando a parlare è un uomo che ha vissuto sulla propria pelle il peso di quella fondina, il giudizio assume un valore diverso. Timothy Dalton, l’attore che ha regalato alla saga una delle interpretazioni più cupe e fedeli allo spirito originale di Ian Fleming, ha deciso di rompere il silenzio, analizzando i suoi successori con una lucidità quasi spietata.
Per anni, Dalton ha osservato l’evoluzione del franchise, vedendo James Bond trasformarsi, cadere e poi risorgere dalle proprie ceneri. Nel labirinto di volti che hanno prestato il nome a 007, l’ex interprete di Licenza di uccidere ha cercato quel mix di brutalità e vulnerabilità che lui stesso aveva tentato di imprimere al personaggio. Non è una questione di simpatia, ma di sostanza cinematografica. Dalton ha scrutato dietro lo smoking, cercando l’attore capace di riportare la spia in un mondo dove ogni colpo ricevuto lascia un segno profondo sulla pelle e sull’anima.
Ma il nome che Dalton ha infine pronunciato come “vincitore assoluto” non è stato accolto inizialmente con lo stesso entusiasmo dal mondo intero. Al contrario, la scelta di quell’attore fu accompagnata da un rumore mediatico senza precedenti, un’ondata di scetticismo che sembrava voler condannare il progetto ancora prima del primo ciak. Eppure, proprio da quel conflitto, è emersa quella che oggi Dalton definisce l’interpretazione definitiva.
Il nome che mette d’accordo Timothy Dalton con la critica moderna è quello di Daniel Craig. Ma la sua ascesa al trono di 007 è stata una delle più tormentate della storia del cinema. Quando venne annunciato come erede di Pierce Brosnan, il pubblico insorse ferocemente. Il motivo del contendere, visto oggi, appare quasi surreale: Craig non aveva l’aspetto giusto, era troppo “ruvido” e, soprattutto, era biondo. Per i puristi, un Bond senza la chioma scura era un’eresia estetica imbarazzante. Ma Craig ha saputo trasformare quel presunto difetto in una forza d’urto, regalando a Dalton — e a noi — un personaggio capace di sanguinare davvero.
Dalton non ha risparmiato critiche agli altri colleghi per evidenziare la grandezza di Craig. Ha definito l’era di Roger Moore come un “pastiche che alla fine è diventato quasi una parodia”, sottolineando come l’eccessiva ironia avesse finito per annacquare la pericolosità della spia. Anche verso Pierce Brosnan il giudizio è stato agrodolce: Dalton ha riconosciuto il desiderio di Brosnan di esplorare atmosfere più profonde, ma ha evidenziato come i film di quegli anni — tra auto invisibili e palazzi di ghiaccio — remassero nella direzione opposta, impedendo all’attore di brillare in tutta la sua potenziale oscurità.
Il trionfo di Daniel Craig, specialmente in titoli come Casino Royale e Skyfall, rappresenta per Dalton il ritorno alla “freschezza originale”, una fusione perfetta tra il vecchio e il nuovo. Nonostante le critiche iniziali sul suo aspetto, Craig ha dimostrato che James Bond non è definito dal colore dei capelli, ma dalla capacità di trasmettere il peso di una vita passata nell’ombra. Per Timothy Dalton, la ricerca è finita: il “Bond biondo” che nessuno voleva è diventato, contro ogni pronostico, il campione indiscusso del franchise.
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